Quando Pordenone passò stabilmente sotto il governo della Repubblica di Venezia, la sua vita politica cambiò profondamente. La città, che in precedenza aveva difeso con tenacia i propri statuti e privilegi, vide progressivamente affievolirsi il ruolo politico locale. Anche la sua particolare condizione di Terra separata – un corpus separatum rispetto alla Patria del Friuli – finì per assumere un significato quasi soltanto amministrativo. Col tempo gli stessi pordenonesi non insistettero più su questa distinzione, preferendo sentirsi parte del più ampio contesto friulano.

Ma proprio mentre la storia politica diventava meno movimentata, la documentazione ci permette di osservare con maggiore chiarezza un altro aspetto della vita cittadina: la quotidianità. Cortei, feste, spettacoli, banchetti e cerimonie private raccontano una società vivace, in cui la provincia rifletteva – sia pure in tono minore – il gusto festaiolo e teatrale della Venezia settecentesca.

Pordenone era attraversata da un continuo flusso di viaggiatori e intrattenitori. Per pochi soldi il pubblico poteva assistere a spettacoli curiosi e spesso sorprendenti. Non mancavano esibizioni con animali esotici: leoni, tigri, leopardi, orsi, struzzi, pellicani, cammelli e persino una foca furono mostrati alla popolazione. Questi spettacoli ambulanti attiravano un pubblico vasto e variegato. Accanto al popolino accorreva anche la parte più colta della società, curiosa di vedere creature e fenomeni che normalmente appartenevano a mondi lontani.

Non mancavano neppure i prodigi umani: equilibristi, ballerini sulla corda, saltatori e prestigiatori. Giovan Battista Pomo, nobile pordenonese passato alla storia per i suoi Diari che raccontano le cronache della vita cittadina nel Settecento, ricorda addirittura il passaggio di un gigantesco irlandese, alto più di due metri e pesante oltre cento chili, che destò grande meraviglia.

Tra le figure più pittoresche non mancavano poi i venditori ambulanti di rimedi miracolosi. Questi offrivano balsami per ferite, antidoti contro i veleni o medicamenti contro il morso dei serpenti. Il più celebre fu Monsà Cosmopolita, definito dai contemporanei il “re dei ciarlatani”. Giunse a Pordenone il 7 agosto 1766 con un seguito degno di un principe: una carrozza trainata da quattro cavalli, un carro bagagli, quattro servi in livrea e un confidente personale. Ogni giorno si presentava in piazza con un abito diverso, ricamato in argento, quasi fosse un generale. Distribuiva volantini con l’elenco dei suoi prodotti – una forma primitiva di pubblicità – e vendeva soprattutto il suo famoso “balsamo simpatico orientale”, che prometteva di curare quasi ogni male.

Era anche un abilissimo dentista, o meglio, cavadenti. Eseguiva le estrazioni con tale destrezza che alcuni clienti tornavano volontariamente a farsi togliere più denti. In soli quattro giorni di permanenza guadagnò circa 250 ducati, l’equivalente di 8-12 mesi di reddito di un buon lavoratore, mentre il suo patrimonio complessivo fu stimato in circa 200.000 ducati: una fortuna notevole per un medico ambulante.

Gli spettacoli non si limitavano alle esibizioni di strada. Già nel XVI secolo Pordenone possedeva una tradizione teatrale. Nel 1574 è documentata una rappresentazione profana sulla pubblica Loggia, organizzata da una compagnia di dilettanti locali. Il Comune contribuiva alle spese, riconoscendo a queste iniziative un valore civile e culturale.

Nel tempo le rappresentazioni divennero più frequenti. Il Consiglio cittadino stanziava fondi per costruire scenografie, palchi e illuminazione, ritenendo che tali attività favorissero “virtuosi progressi” nella gioventù. Nel Seicento e nel Settecento le compagnie teatrali itineranti attraversavano spesso la città. Venivano rappresentate soprattutto commedie, talvolta intervallate da musica o giochi di prestigio. Alcune compagnie viaggiavano persino fino a Vienna, ma facevano ritorno in Italia per trascorrere il carnevale a Venezia.

Il Settecento rappresentò una vera età d’oro per il teatro locale. Le opere di Goldoni, dell’abate Chiari e persino di Voltaire comparvero nel repertorio delle compagnie che si esibivano davanti al pubblico pordenonese. Il prezzo del biglietto era a un prezzo popolare ma non banalmente economico: dieci soldi per entrare – 1/12 di ducato, circa 8–12 euro – e cinque per una sedia.

Una novità fu il Casino dei Nobili, una sorta di club privato destinato alle conversazioni, al gioco e alla musica fondato dalla nobiltà cittadina nel 1743. L’iniziativa nacque per evitare il continuo alternarsi delle riunioni nelle case private, che comportava formalità e spese per gli ospiti. Una ventina di famiglie aristocratiche aderì alla nuova istituzione, che presto divenne il centro della vita mondana cittadina. Qui si incontravano dame e cavalieri, si giocava a carte, si ascoltava musica e si organizzavano balli. Il Casino ospitava anche nobili di passaggio e personalità di rilievo. Talvolta vi partecipava la duchessa di Fiano, Lucrezia Zuliani Boncompagni Ottoboni, erede della ricchissima famiglia Ottoboni.

Le celebrazioni aristocratiche erano eventi spettacolari che coinvolgevano l’intera città. I matrimoni delle famiglie nobili venivano accompagnati da cortei di carrozze, cavalieri e cittadini. Nel 1768, per le nozze tra il conte Damiano Badini e Adelaide di Valvasone, una lunga processione di cavalli, carrozze e “sedie” andò incontro agli sposi a Cordenons. Seguì un’accademia musicale e nei giorni successivi una serie di pranzi solenni con decine di invitati. Per l’occasione furono rappresentate anche tre commedie: Il cavaliere e la dama e Il vero amico di Goldoni e La rassegnata di Gozzi.

Non mancavano poi gli spettacoli sportivi. Già dal XVI secolo si correva un palio di cavalli, sostituito nel Settecento dalla corsa dei barberi: cavalli lanciati lungo la via principale della città. Il vincitore veniva premiato con dodici ducati. Grande successo avevano anche le partite di pallone e persino la caccia ai tori, che si svolgeva nella piazza della Motta e nel prato antistante il castello, davanti a tribune affollate di spettatori.

Le cronache pordenonesi raccontano il modo in cui una comunità si rappresentava a se stessa: attraverso spettacoli, rituali pubblici e occasioni di socialità che trasformavano la città, per qualche ora o per qualche giorno, in un palcoscenico condiviso. Ed è forse è proprio in questi momenti – più che nei grandi avvenimenti politici – che si coglie il volto più autentico della vita urbana nell’Italia del Settecento con richiami non troppo lontani al mondo di oggi.

 


Per approfondire:

  • Andrea Benedetti, Storia di Pordenone, Il Noncello, Pordenone, 1964.