Nel XV secolo Pordenone attraversò un periodo di profonde tensioni politiche e sociali. La città si trovava divisa tra la Comunità cittadina e i capitani imperiali del castello. Nel medioevo, il capitano era il responsabile militare e dell’ordine pubblico della città, spesso anche rappresentante delle autorità esterne e coordinatore delle difese cittadine. Nei documenti comunali questi ufficiali appaiono spesso come avidi e distaccati, più attenti ai redditi del capitanato che al bene della città, talvolta assenti e inclini a considerare Pordenone soprattutto come una fonte di entrate. I cittadini cercavano invece di difendere i propri interessi facendo leva su privilegi e consuetudini locali, chiedendo agli imperatori la conferma degli antichi diritti anche quando le decisioni dei capitani erano formalmente legittime dal punto di vista sovrano ma contrarie agli interessi comunali. Naturalmente ogni città medievale era convinta che il proprio funzionario, o il rappresentante di un’autorità lontana, fosse il peggiore del continente.

Nel 1466 l’imperatore Federico III nominò capitano Federico di Castelbarco, che entrò quasi subito in conflitto con la popolazione. Tra i motivi principali vi fu l’apertura di una porta nel castello senza il consenso della Comunità. Fino ad allora gli accessi alla fortificazione erano stati regolati di comune accordo, per ragioni di sicurezza e controllo. La decisione di Castelbarco provocò una reazione immediata: i cittadini, senza autorizzazione, rafforzarono le mura, organizzarono sistemi di sorveglianza e arresti e continuarono ad amministrare la giustizia secondo le proprie consuetudini.

Si aprì così un conflitto di competenze tra autorità comunale e capitano. La situazione degenerò rapidamente. Castelbarco, con un forte seguito armato, devastò abitazioni e violò ripetutamente quelli che i pordenonesi consideravano i propri diritti. Gli scontri portarono a condanne, confische e bandi: molti cittadini furono puniti e le loro proprietà vendute per coprire le spese militari. Allo stesso tempo alcuni cittadini banditi, rifugiatisi nella campagna o in altre città, organizzarono incursioni e alleanze con capi banda locali, continuando la lotta dall’esterno e costringendo la Comunità a chiedere interventi di mediazione sia all’imperatore sia alla vicina Repubblica di Venezia.

Per riportare la pace Federico III intervenne più volte: inviò oratori e legati, regolò i bandi contro i fuorusciti e ordinò la confisca dei beni dei ribelli, spesso concedendoli a cittadini fedeli. Tentò anche di disciplinare le rivalità interne tra famiglie nobili e tra cittadini banditi e residenti. Nonostante ciò le tensioni continuarono. Nuovi conflitti si verificarono a Zoppola e Torre, e si registrarono scontri tra la popolazione e il nuovo capitano Giorgio Elacher. Nominato nel 1485 con approvazione imperiale, finì anch’egli per entrare in contrasto con le consuetudini e le pretese della Comunità.

La Repubblica di Venezia intervenne più volte come mediatrice, anche per proteggere i propri sudditi coinvolti nelle controversie o rifugiati nei territori veneziani circostanti. Delegati veneziani e imperiali effettuarono sopralluoghi e stipularono obbligazioni scritte nel tentativo di mantenere un fragile equilibrio tra interessi imperiali e comunali in una città che costituiva una piccola enclave asburgica circondata dal dominio veneziano.

Nel 1489 Federico III visitò Pordenone per un soggiorno prolungato, durante il quale concesse privilegi e rinnovò ai capitani le raccomandazioni per evitare nuovi disordini. L’attenzione imperiale proseguì con il figlio Massimiliano I, che nel 1494 confermò gli antichi statuti cittadini, richiese nuovi giuramenti di fedeltà e assicurò protezione ai cittadini leali, reprimendo al contempo i ribelli.

Dopo il capitanato di Elacher, nel 1494 il comando passò a Tomaso da Colloredo, descritto nelle fonti dell’epoca come «uno grando matto» per il suo comportamento autoritario. Il giurista Princivalle Mantica denunciò a Vienna le violenze e le violazioni delle consuetudini cittadine. Colloredo favoriva infatti elementi popolari nella gestione della città, sovvertendo l’ordine statuario e mettendo in difficoltà consiglieri e cittadini legati alla tradizione istituzionale. Alcuni di essi, in forte disaccordo, furono costretti a rifugiarsi nei territori veneziani per evitare minacce di carcere e torture.

Alle tensioni politiche si aggiungeva una dimensione personale. Colloredo era legato alla famiglia nobile dei Montereale: una figlia di suo fratello era sposata con Sebastiano di Montereale, in precedenza bandito da Pordenone insieme ad altri fuorusciti. In virtù di questo legame il capitano richiamò Montereale e i suoi seguaci, alimentando nuove tensioni. Lo stesso Massimiliano I parlò di «antichi rancori rinfocolati».

I difensori dei diritti cittadini, tra cui Mantica e Simone de Popaite, cercarono di opporsi ma furono imprigionati per aver tentato di inviare lettere di protesta all’imperatore. Colloredo fece demolire case e edifici pubblici, compresa la loggia della giustizia, e ottenne confessioni mediante torture e minacce. Dopo due anni di violenze la Comunità si rivolse direttamente a Massimiliano I chiedendo giustizia.

La soluzione arrivò nel 1496, quando Colloredo fu rimosso con disonore da tre commissari imperiali. I beni sequestrati furono restituiti e le condanne annullate. Mantica e gli altri cittadini perseguitati poterono dimostrare la propria innocenza. L’imperatore ordinò inoltre la distruzione degli atti processuali considerati ingiusti, cancellando formalmente il disonore che aveva colpito le famiglie coinvolte.

Elacher tornò come commissario straordinario, ma le tensioni accumulate da decenni rendevano ormai necessario un intervento istituzionale più ampio. Il 24 aprile 1498 l’imperatore stabilì nuove norme per il governo cittadino. Il Consiglio venne riformato e composto da dieci nobili e cinque popolari, con uno dei due massari scelto tra i cittadini non nobili. Il podestà continuava a essere nominato dal capitano, mentre il Consiglio eleggeva giudici e massari in accordo con lui. Il capitano poteva sostituire consiglieri ritenuti inadeguati e il Consiglio non poteva deliberare senza la sua presenza o il suo consenso. Rimaneva invece inalterato il diritto d’appello, fino alla terza istanza presso i duchi d’Austria. La riforma ridefinì così gli equilibri tra l’autorità capitaneale e le istituzioni cittadine.

Negli anni che precedettero il passaggio della città al dominio veneziano, la Comunità continuò a difendere i privilegi e le immunità ottenuti dai duchi d’Austria, opponendosi a nuove imposizioni fiscali o a interventi ritenuti contrari alle antiche consuetudini.


Per approfondire:

  • Andrea Benedetti, Storia di Pordenone, Il Noncello, Pordenone, 1964.