Sono passati anni dal film Benvenuti al Nord (2012) dove la notorietà di Pordenone schizzò alle stelle per quella famosa battuta: «Pordenone? Che brutta morte!». Un’immagine stereotipata che ad oggi abbiamo lasciato nel passato. La mia stessa idea di questa città è cambiata dall’adolescenza ad oggi: la “Pordenoia” che avevo imparato a non calcolare, è in realtà una città creativa e forse (ora) sa di esserlo.
Ma che cos’è una città creativa? È un luogo che sa rigenerarsi attraverso le proprie risorse culturali e artistiche, un ambiente dove talento, innovazione e apertura si intrecciano per generare nuove forme di sviluppo. Non si tratta soltanto di avere teatri o musei: è piuttosto la capacità di una comunità urbana di usare la creatività come motore di crescita economica, sociale e identitaria. Su questa scia, nel 2004 è nato il Network UNESCO delle Città Creative, che oggi riunisce in una rete internazionale oltre 300 città nel mondo impegnate a fare della cultura e della creatività il motore del loro sviluppo. Essere riconosciuti come “città creativa” significa non solo valorizzare le proprie eccellenze locali, ma anche inserirle in un dialogo globale, con ricadute in termini di attrattività, turismo culturale e opportunità economiche.
Pordenone porta con orgoglio l’impronta della sua vocazione industriale: la Zanussi, poi Electrolux, ha segnato decenni di crescita economica e sociale. Eppure, proprio dentro questa cornice operaia, dagli anni ’70 è sbocciata una vitalità culturale sorprendente. Il fenomeno del Great Complotto, con le sue band punk e new wave, trasformò la città in un laboratorio musicale riconosciuto a livello nazionale. Quel fermento non si è esaurito, ma ha contaminato generazioni di artisti e musicisti, da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, i Prozac+ poi Sick Tamburo, Teho Teardo, Remo Anzovino, i Mellow Mood e molti altri con stili e percorsi diversi.
Questo carattere di vivacità ha continuato a crescere in più direzioni: letteratura, cinema, design, arti visive. Pordenone è diventata così un mosaico culturale, dove i linguaggi si intrecciano e le comunità si alimentano reciprocamente.
Se la musica ha dato la scossa originaria, oggi la città custodisce anche luoghi che raccontano la sua vivacità artistica. Tra i principali la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Armando Pizzinato”, che conserva opere di grandi maestri del Novecento e promuove esposizioni temporanee; il PAFF! – Palazzo Arti Fumetto Friuli, realtà innovativa dedicata al fumetto, all’illustrazione e alla narrazione per immagini e la Galleria Harry Bertoia, ospitata nel quattrocentesco Palazzo Spelladi, ospita mostre di design, fotografia e arti visive che dialogano con la tradizione locale.
La sua nomea di città grigia, data dai capannoni dismessi, dalle architetture legate al periodo d’oro della Zanussi e i quartieri operai raccontano una storia di lavoro e comunità che oggi può diventare risorsa culturale. La futura (si spera) riconversione di alcune aree industriali come l’ex birrificio o il cotonificio Amman-Wepfer in spazi creativi o sociali mostra come la memoria del passato possa dialogare con le esigenze del presente. Anche questo è un tratto delle città creative: saper trasformare il proprio patrimonio industriale in narrazione culturale.
Pordenone di fatto è una città in technicolor che non si limita a ospitare e consumare cultura e creatività, ma la produce e la condivide anche con i numerosissimi festival che la animano. Una città creativa, infatti, offre un ecosistema culturale vivo, fondato su alcuni elementi chiave: la presenza di una classe creativa (professionisti delle arti, della cultura, della ricerca, della tecnologia), la capacità di attrarre talenti e diversità, la partecipazione dei cittadini alla vita culturale, e una governance capace di valorizzare il patrimonio materiale e immateriale.
Pordenone appare quindi come un laboratorio multidisciplinare, dove convivono più anime e dove molti elementi la rendono da tempo una città creativa. Questa ricchezza rischia però di disperdersi e non essere riconosciuta se non viene raccontata con una narrazione coerente. Come Capitale Italiana della Cultura 2027, Pordenone saprà definire una sua identità culturale – i suoi valori, la sua personalità, ciò che la rende unica – e comunicarla al mondo in modo coerente e accattivante?
Siamo pronti per vedere una ‘Città che sorprende‘.
Fonti e approfondimenti:
- Charles Landry, The Creative City: A Toolkit for Urban Innovators, Earthscan, 2000
- Richard Florida, The Rise of the Creative Class, Basic Books, 2002
- UNESCO, Creative Cities Network
- Luca Salvador, L’anomalia di Pordenone come città creativa, Tesi di Laurea Magistrale in Marketing e Comunicazione, Università Ca’ Foscari Venezia, 2019

Nata il 3 Aprile del 1993 nella bassa pordenonese, mi sono laureata presso l’Università Ca’ Foscari Venezia in Conservazione e gestione dei beni culturali e ho un master in progettazione culturale (Università Cattolica e PoliDesign Milano). Mi occupo di comunicazione e progetti culturali, in particolare collaboro con il centro di ricerca AIKU – Arte Impresa Cultura di Fondazione Università Ca’ Foscari Venezia di cui sono Responsabile comunicazione e social media. Nonostante gli anni di studio e lavoro tra Milano e Venezia, sono sempre stata legata al mio territorio d’origine. Dal 2025 sono vicepresidente de L’oppure.