La storia della Comina e del campo di volo di Aviano rappresenta un capitolo fondamentale della storia del territorio pordenonese e della sua progressiva apertura alla modernità. Agli inizi del Novecento, accanto allo sviluppo dell’industria, il Friuli occidentale si impose infatti come un territorio capace di confrontarsi con le più avanzate innovazioni tecniche e tecnologiche del tempo.
Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, il 24 maggio 1915, l’aviazione militare era ancora una realtà relativamente giovane. I suoi compiti erano soprattutto legati alla ricognizione e all’osservazione delle linee nemiche; il bombardamento aveva ancora dimensioni limitate e gli aerei erano lenti, fragili e scarsamente armati. Fu proprio durante il conflitto, tuttavia, che l’aviazione conobbe una trasformazione radicale. In questo processo ebbero un ruolo importante anche i campi della Comina, a Pordenone, e di Aviano.
All’inizio della guerra la Comina ospitava il comando del campo e il III Gruppo Squadriglie, mentre ad Aviano erano presenti reparti destinati progressivamente a nuove funzioni. Nell’estate del 1915 i due campi divennero così luoghi di formazione e di transito per numerosi aviatori. Tra questi vi fu anche Francesco Baracca, che in una lettera del 4 agosto descrisse Aviano come un luogo immerso nella campagna, ai piedi delle montagne, dove numerosi piloti attendevano di essere destinati al fronte.
La svolta arrivò nell’agosto 1915 con i Caproni, i primi grandi apparecchi costruiti specificamente per il bombardamento aereo. Il 19 agosto arrivò alla Comina il primo esemplare e poco dopo venne costituita la I Squadriglia Caproni, comandata dal capitano Luigi Bailo. Il nuovo velivolo, un trimotore di circa trenta metri di apertura alare, poteva trasportare fino a cinque quintali di bombe. Era però ancora lento e vulnerabile: la guerra aerea era diventata più potente, ma non per questo meno rischiosa.
Il 20 agosto 1915 i primi due Caproni della Comina parteciparono al bombardamento del campo austro-ungarico di Aisovizza, vicino a Gorizia. L’azione fu ripetuta nei giorni successivi e mostrò le nuove possibilità offerte dall’aviazione. Nei mesi seguenti Aviano e la Comina si trasformarono in veri centri operativi: ad Aviano furono costituite diverse squadriglie Caproni, mentre alla Comina aumentarono progressivamente gli apparecchi e gli equipaggi. I due campi furono inoltre visitati da importanti autorità militari, tra cui il generale Luigi Cadorna e il principe Umberto di Savoia.
Uno degli episodi più noti fu il raid su Lubiana del 18 febbraio 1916. Dieci Caproni partirono all’alba dai campi della Comina e di Aviano; sette riuscirono a proseguire verso l’obiettivo. Durante il volo di andata, il Caproni «Aquila Romana» venne attaccato da due Fokker. Il tenente colonnello Alfredo Barbieri rimase ucciso e il capitano Luigi Bailo morì nel tentativo di proteggere il collega ferito. Oreste Salomone, gravemente ferito, riuscì tuttavia a riportare l’aereo nelle linee italiane. L’episodio ebbe una forte risonanza anche a Pordenone, dove le salme dei caduti furono esposte a Palazzo Cossetti.
Nel 1916 l’attività dei due campi crebbe ulteriormente. Nuove squadriglie furono costituite alla Comina e ad Aviano, mentre i Caproni vennero impiegati nelle operazioni sul Trentino, sull’Isonzo e contro obiettivi militari nell’area di Trieste e Fiume. L’aviazione non era più soltanto uno strumento di osservazione: il bombardamento divenne una componente sempre più organizzata delle operazioni militari. Nel 1917 il Campo di Aviano disponeva di sei squadriglie e di circa sessanta ufficiali aviatori; una rete di strutture, officine, depositi e collegamenti interni ne faceva ormai un complesso militare articolato.
La guerra raggiunse però anche i due campi. Dopo la rotta di Caporetto, il 1° novembre 1917, Comina e Aviano furono abbandonati e gli impianti distrutti. Durante l’occupazione austro-ungarica, in cui in particolare la Comina divenne sede di reparti austroungarici, entrambi vennero più volte bombardati dagli aerei italiani. I bombardamenti continuarono anche nel 1918: nell’autunno dello stesso anno, durante la battaglia di Vittorio Veneto, gli aerei italiani tornarono ad attaccare direttamente il campo della Comina, distruggendo cinque apparecchi austriaci ancora a terra.
La Grande guerra lasciò un’eredità destinata a durare oltre il 1918. In appena quattro anni si era compiuta una trasformazione profonda in cui, da strutture ancora legate alla pionieristica esperienza del volo, questi campi erano diventati complessi militari organizzati, capaci di sostenere operazioni di bombardamento a lunga distanza. Il resto è storia.
Per approfondire:
- Giuseppe Zorzìt, Aviano e la Comina durante la guerra 1915-1918, in “Il Noncello”, 23 (1964), pp. 122-164.
- Paolo Gaspardo, Pordenone nella Grande guerra. Il Friuli occidentale dall’unità d’Italia al 1918, Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione di Pordenone, Pordenone, 1991.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.