Il Carnevale rappresentava, nelle comunità della Destra Tagliamento, un momento di socialità e allegria che si esprimeva attraverso rituali, cibi e gesti ben codificati. Giovedì grasso, in particolare, era una giornata centrale per le celebrazioni locali, soprattutto per i bambini, che si mascheravano con semplicità e giravano di casa in casa “a frisse col stec o co la spironela” — ossia portando con sé strumenti per raccogliere doni. La ricompensa del loro giro consisteva principalmente in lardo, salsiccia e cotechino; talvolta nei sacchetti finivano anche dolci come crostoli e frittelle speziate, segno di un Carnevale ancora legato alla tradizione contadina e al consumo di prodotti stagionali.
Durante il giro, i bambini scandivano frasi rituali come: “Uncuoi l’è zuoiba grassa! El carneval ne lassa. Deni una frissuta – par sporcià la farsoruta”, («Oggi è giovedì grasso! Il Carnevale ci lascia. Dacci una frittella – per sporcare la padella!») espressioni che combinavano augurio, invocazione del Carnevale e piccola pretesa scherzosa di cibo.
Anche gli adulti partecipavano al Carnevale, ma in maniera più organizzata: si muovevano quasi sempre in gruppo e, prima di entrare mascherati in una casa, chiedevano permesso. La loro “raccolta” era più varia: vino, salsiccia e dolci, ma soprattutto offerta e condivisione tra vicini.
La giornata era scandita da rituali gastronomici precisi. A mezzogiorno si consumava la fortaia con salame e polenta, oppure il sangue del pollame ucciso per l’occasione, mentre la cena serale restava relativamente normale. L’ultimo giorno di Carnevale, invece, il pasto principale era solo a mattina e, nel pomeriggio, si cenava con piatti tipici come il risotto con muset, o riso in brodo di gallina o cappone.
La serata era dedicata alla musica e al ballo: si suonava l’armonica e si danzava fino a mezzanotte, momento in cui le campane annunciavano l’inizio della Quaresima. Questo passaggio segnava simbolicamente la fine del periodo di eccessi e il ritorno alla disciplina dei giorni di digiuno.
La tradizione popolare custodiva anche detti e proverbi legati al Carnevale e al cibo: “Chi no copa la galina par carneval – la copa dopo, par mal”. Non si trattava solo di un richiamo alla gastronomia stagionale: chi non rispettava i tempi del Carnevale rischiava conseguenze, simboliche o reali, legate alla vita quotidiana e alla comunità.
Per approfondire:
- Elvia e Renato Appi, Tradizioni popolari nella zona di Pordenone, in Luigi Ciceri (a cura di), Pordenon. XLVII Congresso della Società Filologica Friulana, 20 settembre 1970, Udine, 1970, pp. 230- 272.

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