Quando Ca’ Foscari era fascista

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Quando si parla di studi e di Venezia non si può fare a meno di pensare all’ateneo per eccellenza della Laguna, indissolubilmente legato alla sua città: l’Università Ca’ Foscari. Nata come Regia Scuola Superiore di Commercio nell’estate 1868, prima scuola aziendale in Italia e tra le più antiche al mondo, essa venne sin da subito vista e intesa come un elemento del tutto legato all’antica capitale della Serenissima repubblica, la quale finalmente poteva vantare una sua università, sebbene di modeste dimensioni.

Scopo di questo istituto? Sfornare professionisti e specialisti nell’ambito dell’economia e del commercio, adatti a rappresentare e difendere gli interessi italiani all’estero. Una funzione che ben si confaceva ad un ambiente, quale quello veneziano, secolarmente legato alla tradizione commerciale e mercantile. Per tutta la seconda metà dell’Ottocento e per il primo decennio del Novecento la vita universitaria si svolse secondo ritmi regolari, evolvendosi e perfezionandosi sempre più al punto che più tardi, nella primavera del 1911, si presentò come vera e propria università all’Esposizione internazionale di Torino, guadagnandosi un primo riconoscimento.

Gli anni successivi alla Grande guerra tuttavia furono segnati da un profondo senso di irrequietezza: ancora prima del conflitto a Venezia si era infatti formata (e si stava formando) una linea di pensiero basata sull’idea che la città dovesse riottenere quell’influenza e quella supremazia internazionale sul mare che per secoli era stata propria della Serenissima. Idea, questa, che era stata condivisa anche nel periodo della democrazia liberale e che trovò nel fascismo un più ampio consenso e una prorompente radicalizzazione.

Ciononostante, in una Venezia sempre più indirizzata alla dittatura, Ca’ Foscari, almeno fino alla metà degli anni ’20, riuscì a mantenere una certa distanza dalle direttive fasciste. Ciò fu possibile grazie a un corpo docente dichiaratamente antifascista, con alcuni esponenti di rilievo firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti: tra essi Gino Luzzatto, luminare di storia dell’economia nonché direttore dell’Istituto, e Silvio Trentin, giurista e docente di diritto amministrativo.

La risposta del regime non tardò ad arrivare: se Trentin, in completo dissenso con il fascismo, in particolare con l’obbligo al giuramento di fedeltà, decise di abbandonare l’insegnamento ed emigrare in Francia, Luzzatto, accusato di fare parte di un’associazione antifascista, fu arrestato e tradotto nelle carceri milanesi, dove rimase per circa un mese. Ciò gli valse la perdita della direzione dell’Istituto ma non la cattedra di Storia economica, che continuò a mantenere.

Nel 1927 Ca’ Foscari venne commissariata allo scopo di uniformarla definitivamente alle direttive del regime: al suo vertice venne posto Davide Giordano, già sindaco di Venezia e autorevole chirurgo, il quale, fascista della MVSN, si prodigò per i successivi tre anni ad epurare l’università da qualunque elemento di ostilità alla dittatura, allineandola così a un clima veneziano sempre più nazionalista radicale.

In questo contesto l’ateneo promosse iniziative del tutto particolari: nel corso degli anni ’30, specialmente negli anni della guerra d’Etiopia, partecipando alla corsa per l’Impero in Africa, Ca’ Foscari inaugurò diversi corsi di perfezionamento improntati a formare esperti di economia coloniale, incoraggiando al contempo i suoi studenti a partecipare alle campagne militari del regime. Tra i massimi promotori di queste iniziative vi fu il nuovo rettore Agostino Lanzillo, un amico di lunga data di Mussolini.

Con queste premesse non c’è da stupirsi che nel 1937 fosse stata inaugurata un’Aula Magna recentemente restaurata con un affresco dal marcato carattere imperialista del pittore Mario Sironi, nonché edificata nel cortile interno dell’Università una stele dedicata ai cafoscarini caduti in Africa. Di queste opere, solo l’affresco è ancora oggi presente nell’odierna Aula Baratto.

Il 1938 rappresentò poi una svolta nelle politiche d’ateneo: con la promulgazione delle leggi razziali nel settembre di quell’anno, alcuni docenti e impiegati  di origine ebraica furono marginalizzati ed espulsi. Tra essi lo stesso Luzzatto che perse la cattedra e alcuni collaboratori e professori di una certa autorevolezza assunti qualche anno prima che, nel tempo di permanenza a Ca’ Foscari, avevano rappresentato un valore aggiunto all’offerta formativa.

Circa gli studenti, non si registrarono casi di espulsione: su direttiva ministeriale, Ca’ Foscari impedì nuove iscrizioni di allievi di origine ebraica, penalizzando quelli già iscritti in determinati ambiti. Per citare due esempi, gli ebrei avevano l’obbligo di dare la precedenza degli “ariani” in sede d’esame orale ed erano impossibilitati a frequentare biblioteche pubbliche.

Dal punto di vista “imperiale” gli anni ’40 segnarono un’ulteriore radicalizzazione: complice il nuovo scenario della Seconda guerra mondiale l’imperialismo del decennio precedente si evolvette con nuove forme e nuovi obiettivi. Nel maggio 1941 era avvenuta l’annessione all’Italia di una terra storicamente appartenuta alla Serenissima, la Dalmazia: si realizzava così di quel desiderio di dominio adriatico che tanto aveva fatto sognare i fascisti veneziani.

Tra il 1941 e il 1943 una Ca’ Foscari fortemente militarizzata promosse quindi diverse iniziative mirate a salutare la recente acquisizione: oltre a una serie di borse di studio riservate agli studenti provenienti dalla Dalmazia, venne inaugurato un corso di lingua italiana per insegnanti dalmati di lingua slava. Si pensò anche di creare un corso post-laurea che formasse studenti specializzati di questioni balcaniche. Questo secondo un’altra idea fascista che voleva l’Italia al centro di una galassia politica internazionale in cui gli stati europei più piccoli dovevano esserle satelliti.

Idee e iniziative megalomani che non sopravvissero allo shock della caduta del fascismo e dell’8 settembre 1943. Dopo quella data e fino al 25 aprile 1945, iniziò un periodo di inerzia: a causa del clima d’occupazione tedesca Ca’ Foscari, quasi del tutto senza studenti e personale, continuò a svolgere il suo ruolo di università con ritmi molto rallentati.

Di tutto quell’entusiasmo imperialista maturato in quindici anni di dittatura non rimaneva nemmeno il ricordo: la fine della guerra e la definitiva sconfitta del fascismo rappresentarono l’inizio di un nuovo capitolo che avrebbe portato Ca’ Foscari ad ingrandirsi sempre più e a diventare l’ateneo d’eccellenza veneziano che tutti noi oggi conosciamo.

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