Il 20 settembre 1922 Benito Mussolini tiene un discorso ad Udine, in occasione di una adunata fascista.

A quella data il Friuli è una regione povera, che risentiva ancora delle devastazioni della prima guerra mondiale e dell’esodo che i suoi abitanti hanno dovuto affrontare; nemmeno i 15 milioni di lire che lo Stato stanzia all’inizio degli anni Venti non riescono – come si era previsto – a creare nuovi posti di lavoro, e quindi nuova ricchezza, ma soltanto a terminare le opere già avviate.

In questo quadro di povertà, per non dire di depressione, a partire dal 1919 si coagulano con fatica i primi gruppi fascisti, formati soprattutto da ex combattenti, piccola e media borghesia urbana, imprenditoriale e impiegatizia, nazionalisti.

Le elezioni del 1921 sono in Friuli il momento in cui estendere il raggio d’azione del movimento dai centri urbani alle campagne: il risultato è che in pochi mesi il numero delle sezioni dei Fasci triplica (dalle 6 sezioni del 31 marzo 1921 si passa alle 21 del 31 luglio dello stesso anno), mentre il numero degli iscritti non subisce lo stesso andamento: dai 1105 aderenti ai 1666 della fine di luglio. Il fascismo friulano, insomma, è debole sul piano numerico, ideologico e organizzativo.

Nel corso della prima metà degli anni Venti, infatti, vi è uno scontro tra un fascismo urbano, piccolo borghese, con idee rinnovatrici, rappresentato, tra gli altri, da Giuseppe Castelletti, direttore del periodico Il Friuli fascista dal 1921 al 1923 e da Gino Covre che, originario di Chions e distintosi per la sua attività squadristica, nel giugno del 1921 diventa segretario politico del Fascio udinese. L’altro fronte è un fascismo moderato e normalizzatore, formato da politici tradizionali che vedevano nel nuovo movimento uno strumento per conservare valori tradizionali. Uno dei problemi, dunque, è che non si riescono a coagulare le varie anime delle classi medio – alte della società friulana. Uno dei modi attraverso cui si tenta di raggiungere questo scopo è il raggiungimento di un obiettivo comune, cioè lo sviluppo della “grande provincia del Friuli”, cioè una grande aggregazione tra l’area udinese e goriziana che, a scopi economici, coniugava una politica di confine che promuovesse l’italianità e la friulanità attraverso varie iniziative, ad esempio l’assegnazione del ruolo ai soli insegnanti di origine italiana. Questo scopo, tuttavia, si realizza solo parzialmente.

Quello a cui si rivolge Mussolini il 20 settembre 1922 è insomma un movimento che cerca ancora un equilibrio e un assestamento tra le sue varie correnti interne.

Il discorso tocca i temi principali della politica fascista che si manifesterà negli anni successivi: la disciplina, la violenza, le masse, la realizzazione di un nuovo ordine politico che smantelli le vecchie istituzioni, una politica estera aggressiva.

Dopo qualche settimana dal discorso di Udine, il 28 ottobre 1922, Mussolini entrerà a Roma alla guida di 14000 camicie nere: come è noto questo atto segnerà una nuova fase della politica italiana e mondiale.

Fonti: Mario Fabbro, Fascismo. Lotta politica in Friuli (1920-1926); Andrea Leonarduzzi, Storiografia e fascismo in Friuli. Partito, gruppi dirigenti, società; Anna Maria Preziosi, Borghesia e fascismo in Friuli negli anni 1920 – 1922.

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