Ciò di cui si vorrebbe trattare in questo pezzo è l’eterna riflessione, mai banale e mai ben approfondita, sullo schermo.
No, non si tratta di un articolo in cui sono presenti collezioni degli screen-shot più imbarazzanti nella storia del web, né tanto meno un’invettiva contro la moderna tecnologia internettiana e interattiva che rende quest’epoca, tanto per citare Umberto Eco, “una dittatura degli imbecilli”; ma un articolo in cui si proverà a prendere spunto dalle riflessioni iniziali sullo schermo di Marshall McLuhan, presenti ne Gli Strumenti del comunicare (Il Saggiatore edizioni, ed. 2015, pagg. 332), meglio noto con il titolo originale Understanding Media e Il Linguaggio dei Nuovi Media dell’artista russo naturalizzato americano e ora docente al MIT  Lev Manovich edito da Olivares per la prima volta in Italia nel 2002.
Innanzitutto: che cos’è un media? Un media è un’estensione del corpo umano: esso estende le capacità sensoriali di un individuo che riesce a compiere delle azioni che non sarebbe in grado di fare, o che avrebbe compiuto con un’enorme fatica. L’uomo ha sempre utilizzato i “media” nella sua storia e i primi tra questi sono i vestiti, il denaro, la casa, la ruota, la scrittura e così via fino a tutti gli strumenti che sono in grado di aiutare, facilitare e migliorare le condizioni dell’uomo.
Ciò che però distingue il media moderno, il new media, da quelli tradizionali è la sua capacità di estendersi non solo o nello spazio o nel tempo ma in entrambe le dimensioni dando così maggior dipendenza e fiducia dell’uomo nei confronti della nuova tecnologia: basta una macchina dotata di monitor e si può avere la possibilità di estendere tutte le nostre capacità fisiche: dai mezzi di locuzione, alla nostra voce, alle nostre orecchie, fino ad arrivare a “toccare con mano” lo schermo stesso, condividendo con esso i nostri pensieri, le nostre riflessioni e la nostra realtà più concreta.
La macchina auto-calcolante dotata di schermo vive attorno a noi da un bel pezzo e sembra non avere più alcuna intenzione di andarsene: contiene ogni tipo di nostra informazione, le “mangia” e le “rigurgita” quando ne abbiamo bisogno diventando – di fatto – parte essenziale di noi stessi.
Silenziosa e ibrida, ci dà la possibilità di esprimerci, ci offre uno svago e ci aiuta quando ne abbiamo bisogno: è come una rete che ci dà la possibilità di estendere la nostra memoria e di non preoccuparci più di ricercare documenti, file, foto e video perché la macchina calcolante è il nostro miglior aiutante: basta un software e abbiamo anche noi la possibilità di mettere nuove informazioni, montare video, fotoshoppare foto, trovare e manipolare dati.
Anche in questo caso il “new media” ha il potere di estendere e di esasperare il pensiero: renderlo più cinico, più patetico, più emozionante, più bugiardo a seconda del nostro volere.
Ma se è il nostro più importante aiutante da un lato, dall’altro può essere il nostro più grande ricattatore. Sa tutto di noi: ci legge, ci segue, ci informa, ci costringe a ricordare, a leggere, e può rendere la nostra vita dal punto di vista emotivo più difficile costringendoci a esprimere su tutto quello che succede, facendoci divenire esperti di ogni cosa facendoci inseguire la logica del consenso immediato attraverso il like, ricevendo talmente tante informazioni da sovrastimolare il nostro cervello, rendendolo emotivamente apatico, quasi non più in grado di sviluppare un’emozione autentica e interiore o una profonda riflessione critica.
Il New Media sembra ormai essenziale: ci aiuta dal punto di vista pratico ma allo stesso modo ci imprigiona nello schermo perché le informazioni possono essere talmente tanto personali da essere costretti a ricordarle, mostrandoci la sua cinica insensibilità meccanica: l’impossibilità di nascondere il dolore e le nostre fragilità con l’oblio o con il tabù.
Sta a noi saperlo usare e controllare, divenendo consapevoli dei suoi poteri e dei suoi limiti, iniziando ad avere maggior attenzione nelle cose che noi condividiamo nei social network in particolare e soprattutto rendendoci consapevoli che sono solo delle macchine a servizio dell’uomo per l’uomo e non viceversa. Divenendo così più consapevoli della realtà concreta di quella virtuale, mantenendo la lucidità tale da non alienarci perdendo di vista la vita reale, imprigionandoci solo in quella virtuale.
Perché, alla fin fine è sempre quella la realtà dei fatti: il media è il messaggio, il fine giustifica i media e il media vive esclusivamente per se stesso. Noi uomini, per fortuna, non ancora.

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