Quando Cividale parlava fiorentino

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Nel corso dell’ultimo quarto del XIII secolo un massiccio gruppo di forestieri fece il suo ingresso a Cividale, monopolizzando ampi settori del commercio cittadino, tra cui quelli del bestiame, degli oggetti preziosi, dei panni e soprattutto del frumento. I forestieri acquisirono rapidamente un ruolo egemone nel mercato locale dell’erogazione del credito, dove in breve tempo soppiantarono la comunità ebraica e quella lombarda. Erano i fiorentini, trasferitisi in massa sulle rive del Natisone. La loro presenza a Cividale rappresenta una preziosa testimonianza di quel modus operandi tipico dei commercianti e banchieri fiorentini che gli storici contemporanei hanno più volte definito «pre-capitalistico».

Come è noto, nella sua Cronica Giovanni Villani faceva coincidere l’enorme diffusione in tutta Europa delle compagnie commerciali e bancarie fiorentine con il fenomeno del fuoriuscitismo, originatosi dalle lotte tra guelfi e ghibellini che infiammarono la città nella seconda metà del Duecento. In questo periodo, infatti, dapprima i guelfi furono costretti a lasciare Firenze (1260), muovendosi in società, e in seguito i ghibellini (1266), avventurandosi singolarmente nel mondo del commercio e della finanza. L’arrivo in Friuli, e in particolare a Cividale, fu improvviso, massiccio e per molti aspetti fruttuoso. Si calcola che a cavallo tra il Duecento e il Trecento giunsero a Cividale circa un centinaio di fiorentini, andando a formare una comunità analoga a quelle presenti nei grandi centri del commercio internazionale, come Venezia o Napoli. Se negli anni antecedenti al 1270 non era documentata la presenza di alcun cittadino di Firenze in Friuli, negli anni immediatamente successivi quasi la metà degli atti notarili emessi a Cividale ha come protagonista o come testimone un fiorentino.

L’arrivo dei fiorentini segnò il primo incontro tra un gruppo di investitori – i fiorentini – che già si muoveva con logiche capitalistiche ante litteram e un sostrato sociale – cividalese – che per la prima volta stava sperimentando il passaggio da un’economia naturale ad un’economia monetaria. La «rivoluzione commerciale» aveva toccato il Friuli già sul finire del XII secolo, grazie ad un surplus di produzione e di redditi agrari, consentendo da un lato di reinvestire maggiori capitali nel commercio e dall’altro di disporre di una maggiore gamma di merci, in primis cereali. A cavallo tra il XIII e il XIV secolo l’economia monetaria prese il sopravvento, con il diffondersi a tutti i livelli sociali dell’uso della moneta. In questo senso le società fiorentine dimostrarono grande interesse per la regione, potendo rispondere al meglio alle nuove esigenze finanziarie provenienti soprattutto dal patriarcato e dalle istituzioni ecclesiastiche, continuamente bisognose di denaro contante. Infine, a rendere il Friuli particolarmente appetibile agli occhi dei fiorentini fu la grande disponibilità di grano a buon mercato, da comprare per poi rivenderlo alle grandi città della penisola che da tempo, a causa di un’eccessiva crescita demografica, erano divenute troppo popolose per potersi mantenere solo attraverso il prodotto del proprio contado.

La penetrazione delle società fiorentine nel contesto economico friulano si sviluppò prevalentemente sulla base di «garanzie», ovvero attraverso la cessione temporanea di un qualche bene in cambio di un prestito in denaro contante da ripagare in futuro. Poteva trattarsi di qualsivoglia «bene», da derrate di cereali a specifici introiti fiscali patriarcali. Ad esempio, nel 1299 Corradino di Eberstein, maresciallo del conte di Gorizia, chiese un prestito di 4 marche ad un toscano, lasciando un ronzino in pegno fintanto che non sarebbe riuscito a restituire la somma. Allo stesso modo, nel 1293 Alzubetta di Soba da Carraria portò in tribunale tale Scotto di Firenze, in merito ad alcuni capi d’abbigliamento da lei ceduti in pegno e mai restituiti. La grande disponibilità economica dei fiorentini permetteva loro di prestare denaro contante non solo ai privati cittadini, ma anche alle istituzioni del più alto livello della società patriarcale, ottenendo spesso in cambio il diritto temporaneo di riscossione delle imposte.

L’arrivo dei capitali fiorentini in città consentì a Cividale di vivere un periodo di improvviso progresso, che perdurò per circa un secolo e mezzo, almeno fino all’avvento del dominio veneziano, che ebbe come conseguenza la perdita d’importanza economica della zona. Tra il XIII e il XIV secolo la città si ampliò anche al di fuori della cinta muraria, con la nascita di nuovi borghi e l’arrivo di numerosi forestieri – su tutti toscani, milanesi, emiliani e tedeschi – divenendo un mercato non più secondario nell’Italia nord-orientale. Insomma, fiorentini riuscirono a conferire vitalità all’intera regione, inserendola in quel gran circuito del commercio a lunga distanza da loro stessi gestito e garantito dalla presenza di comunità toscane in tutti i livelli della catena del commercio.

I fiorentini, infatti, non si limitavano a frequentare i grandi empori marittimi – come Venezia, Costantinopoli, Alessandria e Tunisi – ma si stabilivano anche presso i cosiddetti «spazi intermedi». Sono quest’ultimi quei luoghi, come Cividale, dove il prodotto incontrava per la prima volta il mercato. In questo modo, i fiorentini acquisivano spesso la capacità di orientare i prezzi di una data merce, potendone controllare i prezzi d’acquisto presso i centri di produzione e i prezzi di vendita nei grandi empori internazionali. È il caso del grano: a inizio Trecento le compagnie commerciali fiorentine si accaparrarono quantità di frumento enormi in tutta Europa, condizionando così l’andamento dei prezzi. Un esempio esplicativo di questa strategia proviene da un manuale di mercatura redatto nel 1340 da Francesco Balducci Pegolotti, fattore della banca dei Bardi a Cividale. Egli suggeriva di acquistare grano in Friuli per esportarlo nel mercato internazionale e al tempo stesso suggeriva di importare grano nella regione, da vendersi a prezzo maggiorato rispetto a quello appena acquistato. Tale era il livello di controllo che nel giro di alcuni decenni i fiorentini avevano raggiunto nell’economia locale.

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