Ugo Foscolo: un poeta, un patriota italiano, un genio intramontabile.
Sotto il suo nome conosciamo il celeberrimo «carme» Dei Sepolcri, uno dei massimi esempi di poesia cimiteriale della letteratura d’ogni tempo, e indimenticabili sonetti, come Alla sera, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni e molto altro si potrebbe ancora aggiungere in merito alla sua produzione letteraria, piuttosto esigua, se raffrontata a quella di altri grandi nomi della letteratura italiana, ma certamente da ciò non sminuita, conoscendo ben pochi eguali, sia tra i poeti a lui precedenti che tra quelli successivi.
Il suo esordio, tuttavia, è legato ad un romanzo epistolare in prosa aulica, la cui prima redazione, anche se parziale, risale al 1798: le Ultime lettere di Jacopo Ortis. Ed è proprio in relazione a quest’opera del poeta nativo di Zacinto che il territorio del pordenonese si rende protagonista all’interno della scena letteraria italiana.
Se siete mai passati per il piccolo comune montano di Vito d’Asio, nella Val d’Arzino, forse avrete notato che, al di sotto del cartello che segna l’inizio del centro abitato, v’è un interessante dettaglio: paese natio di Jacopo Ortis, cui è dedicato anche il nome di una via del comune. O meglio, questo è il nome, artisticamente rielaborato, che Foscolo scelse per il protagonista del suo romanzo e suo alter ego: il nome rappresenta un omaggio al filosofo francese Jean-Jacques Rousseau, che fornì uno dei modelli letterari che ispirano l’opera, Giulia o la Nuova Eloisa; il cognome, invece, si deve al personaggio storico, nativo di Vito d’Asio, che con il suo tragico suicidio ispirò la vicenda narrata da Foscolo, ovvero Girolamo Ortis.
Figlio di Batta Ortis e Francesca Zanerio o Zannier e ultimo di quattro figli, Girolamo Ortis nacque il 13 o il 14 maggio del 1773 a Vito d’Asio: fu promettente studente di medicina presso l’università di Padova, ma a poche settimane dall’esame finale prima del conseguimento della laurea si tolse la vita con due coltellate, una al petto, non fatale, e la seconda alla gola. Il drammatico epilogo ebbe luogo presso la camera dove alloggiava nel Collegio Pratense, istituzione fondata, già nel XIV secolo, per studenti meritevoli e bisognosi originari di Padova, Venezia, Treviso e del Friuli, dal cardinale Pileo da Prata.
La triste conclusione della vita di Girolamo è descritta dai diversi documenti dell’epoca in toni concisi, che spesso sembrano calibrati in modo da attenuare quanto più possibile gli inevitabili effetti negativi che, oltre sul giovane defunto, si sarebbero riverberati suoi familiari, in particolar modo i tre fratelli maggiori, curiosamente tutti presbiteri: Candido, Leonardo e Pietro. Per questo il suicidio di un loro stretto congiunto avrebbe rappresentato un irrimediabile disonore, in quanto palese violazione del quinto comandamento.
Diverse sono le notizie che conosciamo anche in merito alla vita dei fratelli, tutti e tre (compreso Girolamo) studenti, nella loro adolescenza, presso il seminario vescovile di Portogruaro: il più anziano degli Ortis, don Candido, prima sacerdote di Tamai, poi arciprete di Valvasone, incaricò l’amico don Germanico Ciconi, anch’egli originario di Vito d’Asio, di recarsi a Padova, per pagare i debiti di Girolamo e occuparsi dei beni da lui lasciati; dal loro scambio epistolare apprendiamo come il fratello maggiore si fosse rivolto Giovanni Antonio De Carli, fattore della famiglia patrizia Contarini, per ottenere un aiuto economico, poi da restituire, per consentire a Girolamo di proseguire i suoi studi padovani.
Il secondo, don Leonardo, fu l’unico di casa Ortis che brillò di luce propria e non solo per il riflesso della vicenda ben nota. Fu uomo di grande cultura, autore di versi che gli procurano grande rinomanza: Lorenzo Sabbadini gli dedicò un Elogio e la sua perizia retorica gli valse la cattedra di maestro di grammatica proprio nel seminario vescovile di Portogruaro in precedenza frequentato. Non conobbe, tuttavia, la fama che secondo Sabbadini meritava, essendo di natura piuttosto schiva e riservata. Fu, in seguito, allontanato dall’insegnamento, entrando in contrasto con un superiore, nel 1795-96 (proprio l’anno della morte del fratello Girolamo) e relegato alla misera parrocchia di Lison.
Infine Don Pietro Ortis dapprima fu curato a Tamai e successivamente parroco di Monselice, nel distretto di Padova (anche se quest’ultima informazione è tutt’oggi oggetto di diversi dubbi). La sua morte, giunta a causa della perdita del senno, segnò la fine della famiglia Ortis, che forse avrebbe preferito evitare di passare alle cronache nazionali per l’evento che tanta parte ebbe nella vita d’ogni fratello.
Tornando alla sorte di Girolamo, per poter ricevere le esequie religiose negate a coloro che andavano incontro alla morte deliberato consilio, si scrisse che la fine di quella sfortunata esistenza era stata dovuta ad un emetico, l’epichequama, come lo definirono allora, un preparato il cui nome non compare più nei vocabolari (dovrebbe trattarsi di ipecacuana o ipencacuanha), somministratogli da un medico incompetente, tanto da provocargli un’irrequietezza responsabile del decesso. Così si poterono celebrare i funerali religiosi del fratello suicida, che si svolsero nella parrocchia patavina di S. Lorenzo, nel cui territorio si trovava anche il Collegio Pratense, nei pressi della basilica di S. Antonio. Oggi San Lorenzo non esiste più, ma il luogo in cui si trovava è facilmente individuabile, dal momento che la Tomba di Antenore era addossata alla sua facciata. Girolamo Ortis è sepolto sotto la Tomba di Antenore, nel cuore di Padova. Nel registro parrocchiale fu annotato che Girolamo Ortis «ritrovato nella sua camera ucciso», senza ulteriori precisazioni circa le cause del decesso, evitando con cura ogni possibile riferimento al suicidio. Moriva così, giovanissimo, un brillante studente, senza lasciare alcuna traccia dei motivi dell’atto estremo: la sua scomparsa venne riportata anche nel registro della chiesa di Vito d’Asio.
Girolamo morì il 29 marzo del 1796 a Padova, il martedì dopo Pasqua; Foscolo, che non conobbe mai di persona Girolamo, ma ne apprese successivamente le tristi vicende, nelle sue epistole, spostò la data al 26 marzo del 1799, sempre un martedì dopo Pasqua, oltre a collocare il luogo del suicidio ad Arquà, vicino alla casa del Petrarca.
Foscolo tornò a più riprese sul romanzo nel corso della sua vita, risistemandolo e approntando cambiamenti anche profondi. Ciò testimonia come l’Ortis, benché opera giovanile, abbia sempre rivestito un ruolo di primo piano nell’esperienza foscoliana e che ancora oggi, leggendo le pagine dell’appassionato e impetuoso ardore amoroso e politico di Jacopo, ci interroga circa la possibilità di ricercare nuovi valori positivi capaci di condurci ben oltre un passivo nichilismo.
Per approfondire:
https://propordenone.org/wp-content/uploads/2013/12/11_07.pdf
https://it.wikipedia.org/wiki/Girolamo_Ortis
Nato a Pordenone il 5 gennaio 2006, mi sono diplomato al liceo scientifico Michelangelo Grigoletti. Da una profonda passione per la matematica e la fisica mi sono gradualmente rivolto verso il mondo classico e la linguistica antica, accompagnati da una forte attrazione per la pittura e l’arte in tutte le sue forme. Ora studio lettere antiche presso la Scuola Galileiana di Studi Superiori a Padova. Mi definisco un liberale europeista e penso che questa commistione di passioni, prospettive e valori possa costituire la mia guida per un’autentica e fertile valorizzazione della storia e della cultura del Pordenonese.