Ci troviamo nel 1630 e il territorio dell’Italia settentrionale attraversa uno dei periodi di carestia più gravosi della storia causati da un’epidemia di peste bubbonica che uccise più di un milione di persone nel giro di due anni. La famosa peste del Seicento, la stessa che racconta Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi”, colpì anche il territorio di Pordenone, che nel quadriennio 1626-1630 fu colpito da una serie di eventi che sconvolsero la vita degli abitanti. Il territorio visse in soli quattro anni: peste, carestia, crollo demografico e campi abbandonati.
I registri dei defunti di Pasiano, preziosi in quanto ininterrottamente continuati dal 1584, mostrano con evidenza la reale portata dell’impatto della peste. Su una popolazione stimata attorno al migliaio di abitanti la mortalità ordinaria era di circa dieci persone l’anno fino al 1628. Poi l’impennata: nel biennio 1629-1630 morirono un totale di 163 persone. Considerato il quasi totale blocco delle nascite, il calo demografico sfiorò un quinto della popolazione.
L’andamento del contagio fu più che impressionante. Tra marzo e maggio 1629 ci furono 55 morti; 45 tra novembre e gennaio 1630; una nuova e più contenuta ondata di 23 morti tra marzo e maggio 1630. Spesso nei registri i parroci annotavano “de improviso”: la morte, dopo un rapido decorso, giungeva in modo inaspettato. I parroci descrivevano corpi ‘pieni di bubboni scuri’. La formula appare già nel 1628 ma l’epidemia vera e propria esplode fra la fine di quell’anno e l’inizio del successivo, propagandosi da Villaraccolta a Squarzarè, da Codopè ai più vicini paesi.
Come reagì la provincia di Pordenone a tutto questo? Nel Seicento la peste veniva interpretata come una punizione divina: si credeva che Dio colpisse l’umanità per richiamarla alla conversione.
Per questo si diffusero e si rafforzarono culti considerati protettivi contro il morbo, come quelli della Vergine Maria, invocata come Madonna del Rosario o della Salute, di San Carlo Borromeo, canonizzato nel 1610 e visto come modello durante la peste milanese del 1576, e dei santi Sebastiano e Rocco, divenuti protettori popolari contro l’epidemia e titolari di numerose confraternite parrocchiali.
Di fronte a una malattia incurabile, l’unica risposta possibile sembrava placare l’ira divina: le comunità organizzavano processioni, voti solenni e digiuni collettivi, perché la colpa era percepita come condivisa da tutti, non solo dai malati.
Durante tutto questo, le autorità cercarono di limitare i danni come meglio potevano, ma i veri problemi arrivarono dopo: meno agricoltori nei campi e per procurarsi cibo aumentò la caccia della fauna selvatica.
Molti di questi animali erano le prede principali dei lupi che, rimasti senza cibo, si avvicinarono ai villaggi attaccando non solo i greggi di pecore dei pastori, ma anche gli esseri umani. La maggior parte delle persone sbranate dai lupi in quel periodo erano bambini incaricati di pascolare le pecore. Quando però si trovavano di fronte un lupo si spaventavano: l’animale, indebolito dalla mancanza di prede e messo in allarme dalla reazione umana, finiva per attaccare.
Abbiamo dunque visto quali furono le conseguenze della peste del Seicento e come il territorio pordenonese reagì a questa frattura nella vita dei cittadini. Possiamo dire che a distanza di secoli, restano poche tracce materiali di quella crisi. Rimangono però le pagine dei registri parrocchiali, dove numeri, date e brevi annotazioni in latino testimoniano l’impatto concreto della peste sulla vita quotidiana.
Nato il 16 agosto 2006 a Crotone. Mi sono diplomato presso il liceo Leopardi-Majorana e attualmente frequento la facoltà di lettere antiche presso l’Università degli Studi di Udine.