Una signora davanti a me si commuove. La platea è assorta dal racconto di Cecilia Sala: un unico elemento di tenerezza durante la sua prigionia in Iran nel carcere di Evin: un gatto rosso le si struscia sulle caviglie mentre incappucciata veniva portata a vedere il patibolo dove la repubblica islamica impicca le spie. Si conclude così una densa ora di presentazione del suo ultimo libro: I figli dell’odio, uno degli incontri più attesi di Pordenonelegge 2025.
Sin da subito il clima tra il pubblico è di assoluta silenziosa e trepidante attesa. Non sfugge nemmeno una parola alla platea che pende dalle labbra e dalla voce ormai nota di una professionista che riesce ad andare al punto, citare lucidamente fatti, ruoli e dinamiche politiche e sociali ma soprattutto toccare il cuore.
Come dice Mario Calabresi che la introduce, il libro di Cecilia Sala è un viaggio nell’attualità, una visione complessiva di cosa sta succedendo nel mondo mediorientale e alcuni affondi di storie raccolte dalle esperienze e dai viaggi fatti dalla giornalista. Solo al termine di questo volume, Cecilia Sala dedica delle pagine alla sua tragica esperienza personale da prigioniera.
Un mosaico di complessità che inizia con la riflessione sulle idee radicali che pervadono i giovani e le giovani israeliane. Emblematico un episodio rievocato e vissuto dalla Sala: ad Hebron – il primo insediamento illegale di Israele in Cisgiordania – uno striscione viene alzato da giovani ragazze adolescenti. Recita una sentenza durissima “Se tua moglie non è ebrea, cacciala di casa insieme ai figli che ti ha dato”.
La giornalista si interroga: come poteva essere questa la preoccupazione di una ragazza di 13 anni? Certamente una risposta sta nel contesto politico in cui si cresce, in cui idee estremiste e violenza sono accettate, condivise e spronate.
Sala parla dei giovani israeliani, molto più incattiviti dei loro nonni che rispetto a loro vivevano normalmente la possibilità di parlare, mangiare, considerare le persone palestinesi e i palestinesi come persone.
Le nuove generazioni – passando anche da quella dei genitori – hanno quindi preso una strada ancora più estrema, che non considera né di parlare con i palestinesi, né di trattarli come persone. Cresciuti nell’odio, senza conoscere o avere contatti con i giovani palestinesi, vivono da sempre nel contesto di uno Stato che dopo la seconda intifada ha visto stragi pubbliche, l’estinzione della sinistra e l’avanzare delle idee sioniste e messianiche, tanto da aver smesso di parlare di pace. La retorica adottata, che non permette ragionamenti razionali, è quella della “guerra eterna” verso i palestinesi e della terra che Dio vuole per il compimento del grande Israele biblico.
Citando un dato tratto dai report di Khalil Shikaki, il 70% dei ragazzi israeliani tra i 18-34 anni non vuole uno stato palestinese. Nel libro Sala ricostruisce il radicamento di questa visione israeliana che prevede l’espulsione di tutti i palestinesi, a partire dalle idee del rabbino Meir Kahane che negli anni ‘80 è stato l’esponente della estrema destra israeliana, più volte punito per le sue affermazioni radicali. I ministri Smotrich e Ben-Gvir sono figli di quelle idee, sono essi stessi figli e fautori dell’odio.
Dall’altra parte la retorica di Hamas parla del martirio come la fine più gloriosa. Per i palestinesi che adottano questa visione, è un sacrificio che vale il risultato politico religioso. Sempre dai report di Shikaki emerge, a detta della giornalista, che i palestinesi gazawi sono più favorevoli alle manifestazioni contro Hamas che a favore. La situazione in Cisgiordania invece è all’opposto: vivendo sotto occupazione e vedendo inerme l‘autorità nazionale che non tutela i palestinesi dagli attacchi israeliani, sono più favorevoli ad Hamas.
Vedere è sapere? Quanto sappiamo dipende da noi, ma anche dalla visione, dalle scelte e dall’ampiezza che i media danno alle notizie. Giustamente viene ricordato che la percezione degli eventi conta moltissimo in tutte le guerre: ci sono sempre una o più versioni e percezioni della stessa storia.
La stampa e i media di alcuni paesi hanno diversi livelli di oscuramento e selezione del racconto anche visivo: in Israele non si vedono mai le immagini dei bombardamenti di Gaza, mentre in Indonesia sì. Al Jazeera sceglie di mostrare scene forti, mucchi di cadaveri dei palestinesi a Gaza e lo fa a tutte le ore del giorno dall’inizio del conflitto. In Italia vediamo la distruzione degli edifici della striscia ma non le immagini più crude. Anche la percezione del 7 ottobre è diversa se raccontata da un israeliano, un gazawo, un europeo o uno statunitense.
L’oscuramento delle notizie nei media di Israele sta però leggermente cambiando: canale 12 e 13 recentemente mostrano qualche bambino palestinese malnutrito ma – constata la giornalista – di certo la popolazione non vuole approfondire, non vuole cercare altre informazioni, non vuole vedere per sapere.
Restano ovviamente fedeli alla propaganda di Israele alcuni canali dedicati che alimentano la retorica dell’odio. Le letture e le percezioni diverse della situazione portano a una più frequente negazione della realtà e dei crimini in corso.
Quindi sì, vedere è sapere. Soprattutto in un mondo iper connesso dove video e immagini ci mettono davanti alla realtà, quella di un genocidio.
Il libro rimette in fila quello che succede ed è successo anche in Siria o in Iran. Proprio sull’Iran e sulla prigionia la scrittrice dedica uno spazio finale, commovente, che ci riporta ai giorni di tensione a inizio 2025 e alla sua prigionia.
Inizialmente la sua felicità per avere un permesso come giornalista invitata in Iran, in un momento straordinario di apertura ai giornalisti. Lo scopo di Sala era tornare in Iran dove era già stata e aveva lasciato persone e contatti, per raccontare i cambiamenti della società, soprattutto dei giovani iraniani e delle giovani donne che ribellandosi a migliaia non portano più il velo nonostante le severe punizioni della polizia morale.
In un momento storico così interessante, Sala intendeva dare voce e fare luce sull’Iran, con la consapevolezza di entrare nel paese mentre Israele aveva nel suo mirino anche gli altri governi estremisti arabi tra cui la repubblica islamica iraniana. La ‘guerra ombra’ ormai non lo era più. Eppure come Shirin Ebadi, anche Cecilia Sala ci ricorda che il regime iraniano è debole, ha perso il potere del terrore e oramai ha una data di scadenza.
Così come abbiamo iniziato, si conclude il nostro racconto. Una platea in assoluto silenzio, commossa dalla voce amica di Mario Calabresi e quella delicata e piena di forza interiore di Cecilia che ricostruisce i momenti più difficili della sua detenzione. Niente letto, niente cuscino, niente sonno, nessuna fiducia nell’essere umano. Tortura psicologica, spazi chiusi, isolamento, luce artificiale, mente in perenne stato di allerta. Un trauma che di certo non è superato, che magari non ha cambiato le sue giornate ma ha cambiato di certo le sue notti. Si è fatta una promessa che sta mantenendo: godere ogni giorno della bellezza e libertà dell’aria aperta.
Un gatto rosso, ora parte della sua famiglia, è àncora di speranza e umanità, la stessa speranza che viene rivolta alla necessaria e doverosa liberazione di Alberto Trentini, operatore umanitario ingiustamente detenuto dal 15 novembre 2024 a Caracas.
Sapremo avere forza di vedere per sapere? Sapremo essere critici e interrogarci sulle percezioni e versioni della stessa storia? E infine, saremo capaci anche noi di avere il nostro gatto rosso?

Nata il 3 Aprile del 1993 nella bassa pordenonese, mi sono laureata presso l’Università Ca’ Foscari Venezia in Conservazione e gestione dei beni culturali e ho un master in progettazione culturale (Università Cattolica e PoliDesign Milano). Mi occupo di comunicazione e progetti culturali, in particolare collaboro con il centro di ricerca AIKU – Arte Impresa Cultura di Fondazione Università Ca’ Foscari Venezia di cui sono Responsabile comunicazione e social media. Nonostante gli anni di studio e lavoro tra Milano e Venezia, sono sempre stata legata al mio territorio d’origine. Dal 2025 sono vicepresidente de L’oppure.