«Finché non saremo liberi». È questo il titolo del libro di Shirin Ebadi, prima donna giudice in Iran e premio Nobel per la Pace nel 2003. Un titolo che è anche un manifesto personale e collettivo, un invito a non arrendersi di fronte alla repressione. La sua storia è quella di un’esistenza spezzata dall’esilio e dalle persecuzioni, ma mai piegata dalla paura.

Un inaugurazione in cui si è parlato di un diritto fondamentale, quello alla libertà

Per Ebadi, la libertà è un concetto semplice e universale: «poter fare ciò che ti detta il cuore e la ragione, senza danneggiare nessuno». Eppure, nella Repubblica islamica dell’Iran, questo principio resta un miraggio. Nel suo racconto emerge con forza il dolore di lasciare la propria patria, una ferita che diventa quasi fisica. Ma l’esilio non l’ha messa a tacere.

La carriera di Shirin Ebadi è iniziata come giudice, ruolo che ha ricoperto fino alla rivoluzione del 1979, quando le donne vennero escluse dalla magistratura. Non si è arresa: ha scelto di esercitare la professione di avvocata, difendendo i prigionieri politici e diventando una delle voci più autorevoli nella battaglia per i diritti umani.

Nel 2003 le fu conferito il Nobel per la Pace. Con il premio fondò un’organizzazione non governativa che riuniva trenta avvocati volontari, impegnati nella difesa legale dei perseguitati. Una rete di coraggio e professionalità che resistette fino al 2009, quando le autorità iraniane fecero irruzione nei suoi uffici: sequestrarono documenti, chiusero l’ONG e arrestarono molti dei suoi collaboratori.

Ebadi in quel momento non era in Iran, ma a una conferenza in Spagna. Per colpirla, le autorità arrestarono suo marito e sua sorella. Non era la prima volta che pagava in prima persona: anni prima era stata incarcerata per aver denunciato il capo della polizia, responsabile dell’uccisione di uno studente.

Una delle prove più dure fu l’interrogatorio subito da sua figlia. Le autorità tentarono di piegarla colpendo il suo punto debole: l’affetto materno. Lei scelse di reagire dimostrando che la figlia sapeva difendersi da sola. Qualora avesse ceduto al ricatto avrebbe lasciato vincere il regime.

Il suo consiglio alla società occidentale è chiaro: «Non date troppa importanza ai dittatori. Non abbiate paura: è la paura che li alimenta».

Ebadi definisce la Repubblica islamica «una tigre di carta». Sottolinea come la recente “guerra dei dodici giorni” con Israele abbia mostrato la fragilità delle difese iraniane, smantellate in poche ore anche grazie alla corruzione dilagante. «Il regime è più debole che mai – sostiene – e prima o poi cadrà. Non è lontano il giorno in cui potrò tornare in Iran».

Ma alla debolezza esterna corrisponde un inasprimento interno. Parlando con i giornalisti, circa la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, racconta, sono state arrestate ventimila persone con accuse di spionaggio, e dieci sono state impiccate. «Le dittature più si sentono deboli, più diventano feroci», avverte. Oggi in Iran si registrano tre esecuzioni al giorno, spesso in luoghi pubblici.

Ebadi inoltre ricorda con orgoglio l’impatto del movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Pur non essendo più in piazza con slogan e cortei, la protesta continua in forme diverse: «Molte donne non portano più il velo. È un cambiamento irreversibile della società».

Andando al conflitto attuale, l’autrice ha analizzato le radici della guerra e la politica estera iraniana: secondo Ebadi, il conflitto con Israele non nasce dal nucleare, ma dalla strategia perseguita dal regime dal 1979 ovvero la distruzione dello Stato ebraico e l’espulsione degli Stati Uniti dalla regione. Per decenni le risorse del Paese sono state destinate al finanziamento di gruppi armati, mentre la popolazione restava senza protezioni nemmeno in tempo di guerra.

La differenza con il Pakistan, osserva, è significativa: pur possedendo la bomba atomica, non ha mai dichiarato l’intenzione di distruggere un altro Paese.

Tra le riflessioni emerse Ebadi non risparmia critiche all’Europa, accusata di debolezza e compromessi. Alla conferenza stampa, ricorda episodi emblematici: le statue coperte a Roma in occasione della visita di Rohani, o lo scambio di prigionieri che ha permesso la liberazione di un diplomatico iraniano condannato per terrorismo in Belgio. «Ogni volta che cediamo – avverte – rafforziamo la dittatura e rendiamo più vulnerabili i cittadini europei in Iran».

Anche le Nazioni Unite, a suo giudizio, hanno dimostrato impotenza strutturale a causa del diritto di veto, che paralizza ogni decisione.

Una speranza chiude questo evento inaugurale profondo e toccante: «Se si perde la speranza, ci si ferma. Io credo ancora in un futuro migliore. Gli iraniani amano la loro terra, non accettano né la dittatura né la guerra. Lo slogan è chiaro: no alla guerra, no alla dittatura».

E conclude con un appello che va oltre i confini nazionali: «Il futuro è nelle mani dei giovani, iraniani e italiani. Non dimentichiamo la resistenza non violenta di chi, in Iran, continua a lottare per la libertà. Prima o poi, vinceranno».

A cura di Anna Battistella e Alessio Conte

Foto: Ass. L’oppure