La presenza dei Salesiani a Pordenone non nasce da un colpo di fortuna né da una decisione presa sull’onda dell’entusiasmo. Al contrario, è il risultato di una lunga gestazione, fatta di idee, tentativi, persone ostinate e visioni tenaci. Una storia che attraversa decenni e che affonda le sue radici ben prima dell’arrivo ufficiale dei figli di Don Bosco in città, avvenuto nell’agosto del 1924.
Già alla fine dell’Ottocento l’Opera salesiana era conosciuta nella diocesi di Concordia. Non si trattava di una conoscenza superficiale o riservata a pochi: Don Bosco, il suo metodo educativo e l’idea dell’oratorio come spazio privilegiato per la crescita dei giovani avevano acceso curiosità, consensi e perfino vocazioni. A Casarsa, per esempio, allo scoccare del 1900 si contavano già sei giovani avviati alla vita salesiana. Tra i primi “chiamati” spicca una figura fuori dal comune: don Giovanni Colussi, che lasciò la prestigiosa parrocchia di Cordenons per farsi salesiano e che l’obbedienza avrebbe poi condotto a guidare una delle parrocchie più popolose di Roma, quella del Sacro Cuore.
Ma Don Bosco non era solo un nome noto tra il clero. Durante la Prima guerra mondiale, nelle case di Pordenone e dei paesi vicini se ne parlava diffusamente, e il Bollettino Salesiano circolava in molte famiglie. A sostenere e diffondere l’ideale salesiano furono sacerdoti di grande statura, come don Giuseppe Picco, e anche alcune realtà associative giovanili, che già nei primi decenni del Novecento portavano il nome di Don Bosco. Allora, più ancora di oggi, egli era percepito come “il santo dei giovani”, e l’oratorio come lo strumento educativo per eccellenza.
Un primo contatto diretto con i Salesiani avvenne nel 1905, quando essi giunsero a San Vito al Tagliamento, presso il santuario di Madonna di Rosa. L’oratorio che vi aprirono ebbe un successo immediato: oltre duecento giovani lo frequentavano regolarmente. L’esperienza, però, fu tragicamente interrotta dalla rotta di Caporetto nel 1917. L’oratorio non riaprì più, ma il ricordo del bene compiuto rimase vivo a lungo nella memoria della popolazione.
Dopo la guerra, il quadro mutò radicalmente. Pordenone, ormai avviata a diventare un centro industriale e commerciale di rilievo, si trovò di fronte a nuove esigenze, soprattutto nel campo della formazione della gioventù. La ripresa dell’organizzazione cattolica fu rapida: nel 1919 aprì il Seminario diocesano e, quasi subito, si rimise in moto una rete di iniziative promosse da sacerdoti e laici. In questo contesto maturò un progetto ambizioso: dotare la città di strutture educative adeguate, capaci di rispondere alle trasformazioni sociali in atto.
Il protagonista assoluto di questa fase fu don Giuseppe Marin. Nato nel 1870 e pordenonese d’adozione, aveva coltivato fin da giovane il sogno di portare i Salesiani in città. Lui stesso avrebbe voluto diventarlo, se le circostanze glielo avessero permesso. La guerra ne rallentò i progetti, ma non ne spense la determinazione. Già nel 1920, su sollecitazione del vescovo mons. Paulini, don Marin si mise all’opera per aprire un collegio-convitto destinato agli studenti provenienti dai paesi della zona.
Il risultato arrivò in tempi sorprendentemente rapidi. Il 1° agosto 1920 venne affittata villa Querini, in viale Grigoletti, che pochi mesi dopo ospitava il Collegio convitto Don Bosco. L’edificio sorgeva allora in una zona ancora quasi campestre, ai margini della città, nei pressi di quello che i pordenonesi chiamavano il “porto franco” di San Giovanni. Don Marin non solo sostenne tutte le spese iniziali, ma acquistò la villa l’anno successivo, avviando anche importanti lavori di adattamento.
Accanto al collegio nacquero presto altre iniziative: il Ginnasio paterno, aperto nell’ottobre 1920, e un oratorio giovanile con doposcuola, ospitato nel palazzo Silvestri (edificio dietro al Municipio, demolito dai bombardamenti alleati del 28 dicembre 1944), anch’esso acquistato da don Marin. In una Pordenone ancora segnata dalle ferite della guerra, con poco più di ventimila abitanti, queste opere rappresentarono una scommessa audace. Eppure, i numeri diedero ragione ai promotori: gli studenti aumentarono rapidamente e i risultati scolastici furono eccellenti.
Tutto, però, era pensato come preparazione a un obiettivo più grande: l’arrivo dei Salesiani. Non fu facile convincere i superiori, impegnati a ricostruire le opere provate dal conflitto e a corto di personale. Ma don Marin non si arrese. Alla fine, l’ispettore don Giraudi cedette alle sue insistenze. A suggellare definitivamente il progetto, don Marin donò ai Salesiani la villa Querini e ne finanziò l’ampliamento, raddoppiandone la struttura alla vigilia del loro arrivo.
La mattina del 26 agosto 1924, alla stazione di Pordenone scesero don Giraudi, don Festini e un giovane sacerdote destinato a una grande carriera: don Renato Ziggiotti. Ad accoglierli c’erano don Marin e il vescovo Paulini, che poté finalmente vedere realizzato un sogno coltivato per anni. Da quel momento, l’opera di Don Bosco a Pordenone prese avvio ufficialmente.
Il resto è una storia di crescita continua: nuovi edifici, scuole parificate, teatro, oratorio, parrocchia, fino a fare del Collegio Don Bosco un punto di riferimento per la formazione cristiana e civile della gioventù. Ma dietro questa realtà consolidata c’è una lunga vigilia, spesso poco conosciuta, fatta di sacrifici, visione e ostinazione. Ricordarla significa rendere giustizia soprattutto a don Giuseppe Marin, che morì nel 1944 dopo aver visto quasi compiuta l’opera della sua vita. Una storia che, più che di mura e istituzioni, parla di persone capaci di guardare lontano.
Per approfondire:
- Paolo Gaspardo, I precursori e le origini dell’opera di Don Bosco a Pordenone, in Don Bosco oggi. Cinquantesimo dei Salesiani a Pordenone, 1924-1974, pp.13-23.

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