La storia delle montagne pordenonesi è lunga. Tuttavia, è solo negli anni successivi alla Prima guerra mondiale che il Pian Cavallo cessò di essere soltanto un remoto altopiano destinato alla pastorizia e all’alpeggio. Grazie all’entusiasmo di un gruppo di pionieri della montagna, esso iniziò a trasformarsi in uno dei principali luoghi dell’escursionismo friulano, diventando il simbolo della rinascita dell’alpinismo pordenonese.
Nell’autunno del 1920, per iniziativa di Piero Taiariol, che riuscì a coinvolgere nelle proprie iniziative figli, parenti e numerosi amici, nacque a Pordenone la Famiglia Alpina, un’associazione destinata a lasciare un segno profondo nello sviluppo della frequentazione della montagna. Le escursioni da questa organizzate interessavano soprattutto il Pian Cavallo, il Cansiglio, la Val Cellina, l’Alpago e il Cadore, ma l’orizzonte del sodalizio si ampliò rapidamente: nel 1922 alcuni soci raggiunsero l’Etna e l’anno successivo conquistarono la vetta dell’Ortles.
La filosofia dell’associazione era chiaramente espressa nel primo articolo dello statuto: lo scopo era «risvegliare l’amore per i monti», promuovendo escursioni che fossero non solo attività sportiva, ma anche occasione di conoscenza e studio delle montagne. Ancora più singolare risultava l’articolo 5, secondo il quale le assemblee ordinarie potevano essere considerate valide soltanto se svolte al Pian Cavallo o al Cansiglio.
L’aumento degli escursionisti fece nascere ben presto un’ambizione condivisa: costruire un rifugio sul Pian Cavallo. Anche la stampa locale sostenne l’iniziativa. Il 9 settembre 1924 gli alpinisti pordenonesi, fino ad allora iscritti alla Sezione del Club Alpino Italiano di Treviso, ottennero l’autorizzazione a costituire una sottosezione autonoma.
Pochi giorni più tardi, il 21 settembre, un gruppo di soci salì sul Cimon del Cavallo (allora spesso indicato come Cima Manera) per deporre il primo Libro di Vetta. Il volume, custodito in una cassetta metallica donata dall’industriale Edoardo Zuppinger, rappresentava un gesto altamente simbolico: la montagna acquisiva finalmente una memoria scritta delle proprie ascensioni.
L’entusiasmo era tale che già il 9 gennaio 1925 Pordenone ottenne la piena autonomia, diventando una Sezione indipendente del Club Alpino Italiano. Alla presidenza fu eletto Rino Polon, affiancato dal vicepresidente Zuppinger e da un consiglio direttivo composto da alcune delle figure più rappresentative dell’alpinismo locale.
Lo scambio di telegrammi tra la nuova sezione e quella “madre” di Treviso testimonia il clima di grande cordialità che accompagnò questa separazione amministrativa, vissuta come una naturale crescita del movimento alpinistico friulano.
L’evento decisivo giunse nell’autunno del 1924, quando la famiglia Policreti compì un gesto destinato a cambiare la storia del Pian Cavallo. La nobildonna Ida Negrelli Policreti concesse infatti al CAI la Casera Brusada con un contratto straordinariamente favorevole: un affitto simbolico di una lira all’anno per ventinove anni, con possibilità di acquisto finale al prezzo fissato nel contratto. La stampa definì immediatamente l’iniziativa un esempio di autentica generosità civica.
La vecchia casera, ormai non più utilizzata per l’alpeggio, venne rapidamente trasformata in rifugio grazie al lavoro dei soci e alle numerose sottoscrizioni organizzate per raccogliere i fondi necessari. Durante la primavera del 1925 ripresero i lavori di ristrutturazione, sospesi durante l’inverno, e all’inizio dell’estate la vecchia casera era ormai diventata un vero rifugio alpino. Per riconoscenza verso i benefattori fu ufficialmente battezzato Rifugio Policreti.
L’inaugurazione ebbe luogo il 2 agosto 1925 davanti ad almeno trecento persone, accorse da tutta la regione. Erano presenti rappresentanti del Club Alpino Italiano, della Società Alpina Friulana, delle sezioni trivenete del CAI, delle amministrazioni comunali e numerose autorità civili e militari. Il rifugio disponeva di cucina, sale da pranzo, camere e circa trenta posti letto, diventando il principale punto d’appoggio per le ascensioni al Gruppo del Cavallo.
Durante la cerimonia, Piero Taiariol consegnò ufficialmente al CAI il libro della Famiglia Alpina, destinato a diventare il Libro del Rifugio. Con quel gesto simbolico il sodalizio che aveva dato origine al movimento escursionistico pordenonese concludeva la propria missione fondendosi definitivamente nella nuova Sezione del Club Alpino Italiano. La gestione del Policreti fu affidata alla famiglia Santin di Sarone.
L’edificio, pur modesto e spesso spartano, assolse per circa vent’anni alla funzione di porta d’accesso al Gruppo del Cavallo. Già nei primi anni di attività il Policreti non fu soltanto un punto di appoggio per gli alpinisti estivi. Le guide del Club Alpino Italiano pubblicate nel 1925 e nel 1926 definivano infatti il Pian Cavallo un “ottimo campo da sci”, riconoscendone ufficialmente una prima vocazione invernale.
Negli anni Venti il Pian Cavallo era ancora un territorio prevalentemente pastorale. Durante l’estate erano attive numerose malghe, frequentate da centinaia di bovini, migliaia di pecore e decine di addetti all’alpeggio. In questo contesto il Rifugio Policreti divenne un punto d’incontro tra mondi diversi: escursionisti, alpinisti, sciatori, malghesi, cacciatori e abitanti della montagna condividevano gli stessi spazi, contribuendo a creare una vivace comunità stagionale.
Il rifugio restava aperto durante la bella stagione con servizio di alberghetto, mentre nei fine settimana invernali veniva reso disponibile agli sciatori. Le cronache dell’epoca descrivono ampi pendii innevati, ideali sia per gli esperti sia per i principianti, molti anni prima che il comprensorio diventasse una moderna stazione sciistica.
Proprio Cecilia Santin, ricordata con il soprannome di “Cilia magra”, rappresenta una figura pionieristica nella storia dello sci locale. Oltre a occuparsi del rifugio durante l’estate e nei fine settimana invernali, amava percorrere l’altopiano con gli sci, accompagnando gli escursionisti. Per questo motivo è considerata la prima sciatrice del Pian Cavallo.
Il Rifugio Policreti rappresentò da allora il simbolo della maturazione dell’alpinismo pordenonese e della nascita di una nuova cultura della montagna. L’iniziativa della Famiglia Alpina, la generosità dei Policreti, l’impegno del neonato CAI di Pordenone e il lavoro dei custodi Santin trasformarono il Pian Cavallo in una meta sempre più frequentata, ponendo le basi per lo sviluppo turistico che avrebbe caratterizzato l’altopiano nei decenni successivi.
Quando il vecchio Policreti scomparve, distrutto dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale e sostituito da strutture più moderne, rimase però intatto il suo valore storico. Come scrisse molti anni dopo Lando Bellavitis, quel piccolo rifugio, «pur piccolo, scomodo e fumoso», aveva saputo offrire per oltre vent’anni ciò che ogni rifugio dovrebbe garantire: un riparo sicuro, un luogo di incontro e il punto di partenza per conoscere e amare la montagna.
Articolo tratto da:
- Mario Tomadini, Quei magnifici campi di neve. Le origini e la storia dello sci pordenonese. 1924-1941, SOMSI PN, Pordenone, 2007.
Nella foto: panorama del rifugio Policreti in una cartolina d’epoca colorata con IA
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.