La pandemia da Covid-19 ha enormemente influenzato le nostre vite e cambiato il nostro modo di vivere il quotidiano. La paura di un evento inizialmente percepito da molti alla pari di una apocalisse hollywoodiana è stata prontamente sostituita dal ritorno ad una nuova quotidianità e lo sconcerto ha presto lasciato il posto alla ragione. La situazione che l’umanità intera si trova a vivere da un anno a questa parte non rappresenta infatti nulla di nuovo per la storia globale.

Dal momento in cui la scrittura è stata inventata, non esistono epoche che non abbiano riportato testimonianze di eventi catastrofici, di pandemie o di pericolosi virus. “Tuttavia un tale contagio e una tale strage non erano avvenuti in nessun luogo a memoria d’uomo. Ché non bastavano a fronteggiarla neppure i medici, i quali, non conoscendo la natura del male, lo trattavano per la prima volta; anzi loro stessi morivano più degli altri […] “. Con queste parole, Tucidide descrive, nel V secolo a.C., la peste che colpì la città di Atene durante la Guerra del Peloponneso. Più di duemila anni fa! Altro esempio, noto a tutti, è quello del Manzoni che nei Promessi Sposi ricorda, con parole tremendamente attuali, la peste che colpì la città di Milano nel 1630, descrivendo la situazione di terrore che si era venuta a creare tra i cittadini. Tucidide e Manzoni, pur rappresentando dei casi estremamente noti, non sono però gli unici. Fino all’invenzione dei vaccini e all’adozione delle basilari norme igieniche, la proliferazione di virus e malattie ha rappresentato un’eventualità con la quale i milioni di abitanti dell’Europa sono stati costretti a convivere quotidianamente.

L’ epistolario di padre Marco d’Aviano costituisce, a questo proposito, una fonte di primaria importanza per comprendere la situazione che, nel XVII secolo, chiunque volesse viaggiare si trovava a dover affrontare. In una lettera inviata all’Imperatore Leopoldo I nel 1681 p. Marco riferisce che, visti i casi crescenti di peste in Stiria, la Repubblica di Venezia aveva deciso di chiudere i propri confini. E aggiunge, poco dopo, di essere rientrato in tutta fretta onde con dificultà mi sarebbe permesso anco con la contumatia l’ingresso. Sono decine e decine le lettere nelle quali p. Marco o i suoi corrispondenti parlano della peste che imperversava nel centro Europa, a dimostrazione del fatto che essa rappresentava un pericolo dal quale tutti si doveva costantemente guardare.

Ciononostante, per via del suo ruolo di missionario e consigliere imperiale, p. Marco era costretto a continui viaggi, per compiere i quali necessitava di personali documenti di viaggio. Questi lasciapassare sanitari servivano al frate cappuccino per testimoniare il proprio stato di salute e per garantirsi l’accesso nei diversi stati d’Europa. Sfuggire al contagio non era, però, sempre possibile. Il 16 agosto del 1681, infatti, p. Marco, avendo attraversato luoghi colpiti dalla peste, scrive al provinciale di Venezia: “tutta volta credo mi converà disponermi per la quarantia”, una quarantena che p. Marco fece realmente all’interno del lazzaretto di Verona.

Non mancavano, infine, neanche nel 1600, le fake news legate alla peste e alla sua diffusione. Il 15 febbraio del 1686, p. Marco scrive a p. Giovenale da Val di Non una lettera nella quale dimostra tutto il suo turbamento per aver appreso che in quella zona si erano diffuse voci maligne sul suo conto. L’accusa che veniva infatti rivolta a p. Marco era di aver augurato la diffusione della peste in tutta la Germania. Niente da invidiare, insomma, alla nostra situazione attuale. 

Questa era, dunque, la realtà con la quale, cittadini e viaggiatori dell’età moderna si dovevano confrontare. Chiusura dei confini, quarantena, passaporti sanitari di cui sentiamo parlare ogni giorno sono quindi misure anti-pandemiche che trovano la loro origine in tempi ben più antichi di quelli del Covid-19 e con le quali p. Marco, ma più in generale ogni cittadino europeo, si dovette misurare per tutta la vita. 

In foto: busta di una lettera dell’Imperatore Leopoldo I, datata 1680 e destinata a p. Marco d’Aviano. 

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