Andrea Marcon, coordinatore editoriale degli «Atti dell’Accademia San Marco di Pordenone» e catalogatore presso la biblioteca dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Portogruaro, è stato intellettuale raffinato e di spessore, che ha saputo dare un grande contributo alla valorizzazione della storia di Pordenone. Nel corso degli anni ha lasciato un importante eredità di studioso all’Accademia San Marco e ha lavorato a lungo nella biblioteca del Seminario, vero scrigno di tesori, incunaboli e cinquecentine. 
Il suo lascito più importante sono due opere monumentali della cultura pordenonese: il catalogo degli incunaboli e quello cinquecentine della biblioteca.

Numerosi sono stati gli studiosi ad aver partecipato all’edizione del libro in onore del ricercatore del Seminario Diocesano di Pordenone, tra i quali, presenti oggi nell’Auditorium di Largo San Giorgio, Luca Gianni, esperto di storia della Chiesa medioevale e di movimenti ereticali, e Silvia Pettarin, archeologa e docente di Latino e Storia al liceo Leopardi-Majorana. 

Durante l’incontro il professor Gianni ha trattato di un’opera ai più sconosciuta, ma fondamentale per la storia del nostro territorio: stiamo parlando del De naonensi annali compendio di Osvaldo Ravenna, vale dire la prima storia scritta di Pordenone e della provincia. Di professione notaio, per tutta la sua vita Ravenna desiderò pubblicare i suoi libri, ma fatta eccezione per qualche poesia d’occasione, la totalità della sua produzione rimane inedita. Tuttavia, sappiamo che fu personalità culturale di una certa risonanza al suo tempo, in quanto membro dell’Accademia degli Incogniti a Venezia e dei Vigilanti a Pordenone. I suoi manoscritti sono spesso corredati da eleganti disegni. Per la pubblicazione dei suoi annali Ravenna scrisse a varie personalità, tra cui Vincenzo Coronelli, enciclopedista e geografo di Venezia, e il podestà di Pordenone Antonio Amalteo, senza avere successo.

Dalle prime pagine dell’opera di Osvaldo Ravenna Pordenone ci appare come una città molto antica, dalle origini troiane; il notaio menziona due leggendari personaggi: Naon, fondatore di Pordenone, e Ilion, fondatore di Porcia. Inoltre, già Ravenna sottolinea come l’etimologia di Pordenone non derivi dall’essere “il porto su Noncello”, ma il porto di Naon: oggi sappiamo che non è una persona, come lui credeva, bensì un toponimo che indica un’area vasta, un corpus separatum dal resto del Friuli.

La cosa interessante è che quando Ravenna cerca di dare un’identità originale alla sua città lavora su tre aspetti fondamentali: humanitas, industria e ambiente. L’humanitas deriva dalla grande ricchezza e vivacità culturale del pordenonese durante il Rinascimento; l’industria dall’operosità dei pordenonesi e dai numerosi opifici che stavano nascendo nel loro territorio; infine, Ravenna esalta anche l’ambiente di Pordenone per la qualità dell’aria, la purezza delle acque e la fertilità del terreno, descrivendo urbanisticamente la città come se fosse un essere umano.

L’incontro è proseguito con l’intervento della professoressa Pettarin, che ha raccontato il progetto portato avanti da diversi anni dal liceo Leopardi-Majorana: si tratta delle pietre d’inciampo, ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig. Il progetto nasce con tre scopi principali: fare memoria, entrare in profondità nella storia e lavorare assieme. A prendere parte all’iniziativa sono stati otto docenti e oltre cento studenti, che si sono occupati di cercare informazioni nelle fonti d’archivio per ricostruire le storie a cui sono dedicate le pietre d’inciampo.


“Siamo ormai assuefatti a tutto e l’orrore ci viene spiattellato in faccia come normalità, neanche i numeri coinvolgono e sconvolgono”, afferma la professoressa Pettarin. Il progetto mira a togliere queste persone dai numeri per ridare memoria e corpo agli individui. In totale si registrano ben 126.000 pietre d’inciampo in 32 stati europei: ognuna è formata da una lastra di ottone di dimensioni 10×10 cm, con incisi: nome e cognome dell’internato, anno di nascita e morte, se conosciuta. Proprio un raffronto tra le date permette di comprendere se le vittime della violenza nazifascista fossero ragazzi o addirittura bambini, per i quali non era il momento di morire. 
Sino ad oggi a Pordenone sono state collocate 106; nel gennaio del 2027 ne saranno aggiunte 22, portando il totale a ben 128