Ogni giorno centinaia di persone transitano lungo via Colonna senza soffermarsi su un piccolo edificio che racconta oltre quattro secoli di storia cittadina. La chiesetta di San Carlo Borromeo, oggi ridotta rispetto all’aspetto originario, è uno dei più antichi luoghi di culto dedicati al santo milanese e rappresenta una preziosa testimonianza della devozione popolare e della memoria delle grandi epidemie che segnarono l’Europa tra Cinque e Seicento.
La zona dove sorge prende il nome San Carlo proprio per la presenza della chiesetta costruita a lato della storica Strada della Colonna, l’antica via d’accesso orientale a Pordenone. Per chi arrivava in città o ne usciva, era una tappa quasi obbligata: un segno della croce, una breve preghiera e poi il viaggio poteva continuare.
La costruzione dell’edificio risale al 1614, appena quattro anni dopo la canonizzazione di Carlo Borromeo, proclamato santo nel 1610. Fu il pordenonese Ottavio Fenicio, decano del Capitolo di Aquileia, a volerne l’edificazione, probabilmente per sciogliere un voto. Questo dato rende la chiesetta una delle più antiche dedicate al celebre arcivescovo di Milano, figura divenuta simbolo di carità e assistenza durante la terribile peste che colpì la città lombarda nel 1576, provocando circa 18.000 vittime.
La fama di San Carlo crebbe ulteriormente durante la devastante epidemia del 1630, la stessa resa immortale da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. Anche Pordenone fu colpita dal contagio e la figura del santo venne invocata come protettore contro la peste. La presenza di una chiesa a lui dedicata alle porte della città assunse così un significato che andava oltre la semplice devozione rappresentando una richiesta di protezione per tutta la comunità.
Le fonti storiche testimoniano che la chiesetta appartenne ai beni del Maio delle Raie, passando attraverso diverse proprietà. Un documento redatto attorno al 1650 dal notaio Osvaldo Ravenna la cita come Sancti Karoli Portae Columnae Archipresulis Mediolanensis, attribuendone la costruzione al patrizio veneziano Adamo Gazzari, probabilmente finanziatore dell’opera. È possibile che Fenicio ne abbia promosso la realizzazione mentre Gazzari ne abbia sostenuto economicamente i lavori.
L’edificio originario era molto diverso da quello che possiamo osservare oggi. Pur essendo di modeste dimensioni, si presentava come una vera e propria chiesa, impreziosita da un elegante portico chiuso da una cancellata e sormontata da due piccoli campanili a vela. Su incarico del proprietario del vicino battirame vi veniva celebrata quotidianamente la messa.
Nel corso dei secoli la proprietà cambiò più volte. Alla fine dell’Ottocento apparteneva al sacerdote e teologo Paolo Belli di Portogruaro. Nel 1910 fu acquistata dalla famiglia Galvani insieme ad alcuni edifici vicini e, venticinque anni più tardi, nel 1935, venne ceduta al Comune di Pordenone per la somma di appena 300 lire.
Fu proprio allora che la storia della chiesetta rischiò di interrompersi definitivamente. L’Amministrazione comunale, impegnata ad allargare una strada divenuta troppo stretta per il traffico automobilistico in costante aumento, progettò di demolire completamente l’edificio. Come unico ricordo avrebbe dovuto rimanere una semplice edicola votiva sulla casa adiacente. A salvare la chiesetta fu però l’intervento della Soprintendenza, che si oppose alla demolizione imponendo un compromesso: l’edificio sarebbe stato ridimensionato, ma non abbattuto. È proprio questo intervento a spiegare l’aspetto irregolare e ridotto che ancora oggi caratterizza il piccolo oratorio.
La storia della chiesetta non si è però fermata al Novecento. Nel 1991 il cardinale Carlo Maria Martini, allora arcivescovo di Milano, donò una reliquia di San Carlo Borromeo affinché fosse custodita proprio in questo luogo. Un gesto simbolico che ha rinsaldato il legame tra Pordenone e il grande santo milanese, riportando l’attenzione su un edificio che, pur nella sua semplicità, continua a raccontare una storia fatta di fede, epidemie, viaggiatori e tutela del patrimonio.
Per approfondire:
- Paolo Taiariol, La Vallona. Madre di tante rogge e di cinque laghi, Edizioni Omino Rosso, Pordenone, 2022.
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Pier Carlo Begotti, Giuseppe Bini, Pordenone. Storia, arte e cultura, Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 2005.
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Paolo Goi, Guida artistica di Pordenone e del suo territorio, Pro Pordenone, Pordenone, 1991.
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Vittorio Sgarbi, Italo Furlan, Pordenone e la sua provincia: patrimonio storico e artistico, Magnus Edizioni, Udine, 1998.

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