La presenza di Salman Rushdie a Pordenonelegge, uno dei più importanti scrittori contemporanei, è la presenza di un autore per il quale la libertà di espressione è diventata, nel corso di decenni, una questione personale oltre che letteraria. A Pordenone Rushdie riceverà quest’oggi il nuovo riconoscimento della Fondazione, “Freedom – Ambasciatore di libertà”, inserito in un’edizione che dedica particolare attenzione al rapporto tra libri, dissenso e libertà di pensiero.

Nel corso della conferenza stampa all’Hotel Moderno, Rushdie ha ricordato il ruolo di I figli della mezzanotte, pubblicato nel 1981, romanzo che contribuì a modificare il modo di raccontare letterariamente l’India e, più in generale, il rapporto fra storia e invenzione. Per Rushdie, questo rappresenta uno dei territori fondamentali della sua scrittura. Prima di diventare scrittore studiò storia all’università e da allora ha cercato di combinare documentazione e immaginazione la quale, ha spiegato, non serve a fuggire dalla realtà, ma a renderla visibile.

Il rapporto fra letteratura e verità torna nella raccolta L’undicesima ora presentata in questa edizione. Rushdie ha spiegato che i racconti sono attraversati dall’incertezza perché l’incertezza appartiene alla condizione umana. A preoccuparlo sono piuttosto le certezze assolute, quelle che pretendono di possedere una verità definitiva. Il dubbio può invece rappresentare una strada verso la verità. Anche il rapporto con i testi religiosi nasce da questa prospettiva. Rushdie legge il Vecchio Testamento con piacere, soprattutto per la ricchezza delle sue storie, pur non considerandole vere in senso religioso.

Nella sua opera ritornano inoltre migrazione, identità, mutazione e metamorfosi. Una letteratura necessariamente ibrida, che attraversa continenti, religioni e lingue e mette in discussione identità considerate immobili. Anche la lingua inglese, per Rushdie, ha ormai superato i propri confini nazionali. Ricordando James Joyce e la sua aspirazione a liberare l’inglese dal possesso esclusivo degli inglesi, quest’ultima è diventata una lingua mondiale, utilizzata da scrittori provenienti da ogni parte del mondo.

Tra i riferimenti fondamentali della sua formazione ha citato due grandi autori italiani: Italo Calvino, che considera uno dei suoi mentori più importanti e che lo incoraggiò agli inizi della carriera, al punto da ritenere che nella sua scrittura si possa riconoscere una sorta di “calvinismo”; e Umberto Eco, con il quale aveva avuto un rapporto di amicizia molto stretto, scherzando sul fatto che lui, Eco e altri formassero una sorta di “gang” che girava per il mondo partecipando a conferenze. Oggi, dice, è rimasto l’unico della loro “gang”.

Il tema della libertà di espressione è emerso anche nel confronto con l’attualità. Rushdie ha parlato delle pressioni esercitate sui giornalisti negli Stati Uniti, dove vive, osservando che gli scrittori rimangono comunque persone ostinate e continueranno a dire ciò che ritengono necessario.

Sull’Europa ha espresso preoccupazione per la crescita della destra in Paesi come Francia e Germania e ha ricordato le conseguenze della Brexit. Ha però precisato di non considerarsi un esperto di politica europea né di voler fare previsioni sul futuro.

Sul rapporto fra Occidente e Islam radicale ha distinto la critica all’estremismo dalla valutazione dei regimi politici. Ha definito particolarmente negativamente i regimi iraniano e afghano e ha contestato l’intervento militare statunitense contro l’Iran, ritenendolo controproducente per la popolazione e potenzialmente capace di rafforzare il regime. Ha inoltre osservato che il rischio di trasformare la religione in una forma di fascismo non riguarda esclusivamente l’Islam.

Rushdie ha parlato anche dell’attentato subito nel 2022. I versi satanici, ha ricordato, erano stati pubblicati molti anni prima e, dopo decenni di attività letteraria, aveva considerato quella vicenda ormai un capitolo chiuso. L’attacco, quasi fatale, non viene però interpretato da Rushdie come l’inizio di una nuova fase di minaccia, ma come un episodio isolato. L’esperienza gli ha lasciato soprattutto una nuova consapevolezza del valore del tempo. Dopo aver pensato, durante l’aggressione, che sarebbe morto, si è sentito profondamente fortunato per essere sopravvissuto. Da allora il suo motto è diventato semplice: non perdere tempo e usarlo per le cose veramente importanti.

La vicenda è al centro anche di un nuovo documentario diretto da Alex Gibney, costruito in parte attraverso le riprese effettuate dalla moglie di Rushdie durante il lungo percorso di guarigione. Il film, che verrà presentato domani a New York, racconta le ferite, la ripresa e, più in generale, la sua vita di scrittore.

Alla domanda finale sul potere degli scrittori, Rushdie non ha rivendicato una particolare capacità di cambiare il mondo. Ha espresso piuttosto una speranza: che la verità non diventi una semplice questione di appartenenza. Agli scrittori, ha concluso, resta comunque il compito di fare il proprio lavoro e di farlo nel modo migliore possibile.

E a Pordenone, davanti ai giornalisti, ha detto di essersi trovato bene: «Mi sto divertendo veramente molto, è piacevole stare qui».