Il cognome “Paronuzzi” è assai diffuso in Friuli Venezia Giulia. Abbiamo conosciuto distanti parenti, frequentato amici di vecchia data e persino vicini di casa tutti uniti da questo cognome. Ma ad Aviano è da sempre associato a un celebre artista dalle capacità poliedriche, il quale è vissuto tra il 1801 e il 1839. Si tratta di Giacomo Paronuzzi.

Giacomo Paronuzzi nasce ad Aviano come il settimo figlio di una numerosa famiglia. Il fratello maggiore, Gabriele, lo spinge a dedicarsi all’attività di famiglia e a lavorare nell’ambito della pastorizia. È solamente verso i sedici anni che Pietro Oliva del Turco, politico e letterato che investiva in giovani talenti del territorio, vede in lui qualcosa di grezzo che può essere lavorato.

Paronuzzi non è il primo giovane che Pietro Oliva del Turco nota. Prima di lui aveva già ricoperto il ruolo di mecenate presso altri artisti come Jacopo de Martini e Antonio Marangoni, i quali avevano fatto strada nel pordenonese tramite le loro opere. Paronuzzi e de Martini, in particolare, iniziano entrambi i loro studi a Venezia presso l’Accademia di Belle Arti. Qui Paronuzzi eccelle, frequentando prima i corsi di figura e ornato, poi quelli di statuaria.

È a partire dal 1825 che Paronuzzi ottiene grande successo tramite concorsi sempre più prestigiosi. Luigi Zandomeneghi, allievo di Canova e maestro di Paronuzzi a Venezia, lo inserisce in lizza, e ottiene da lui grandi soddisfazioni. Ma Paronuzzi è più anziano di molti suoi colleghi e compagni e in condizioni famigliari tutt’altro che perfette, specialmente dal punto di vista economico. Le sue statue, le quali vedono protagonisti personaggi della mitologia greca come Minerva, Elena e molti altri sono motivo di ammirazione, ed è uno straordinario ritrattista, ma a Venezia vive nella pressoché totale indigenza.

Dopo che gli è commissionato nel 1830 una litografia della cantante Regina Obizzi, Zandomeneghi mette una buona parola per Paronuzzi presso il feldmaresciallo Laval Nugent. Si tratta di uno dei massimi capi militari austriaci, il quale è alla ricerca di un professionista capace di provvedere alla restaurazione di alcune antiche statue di cui era entrato in possesso quando gli è stata concessa la zona di Castelvolturno. Paronuzzi era più che uno scultore: i suoi studi di storia antica, di statuaria e di architettura lo rendevano un artista eclettico, assai adatto per questo ruolo.

Paronuzzi riesce perfettamente in questo compito. A partire dal 1829, anno del primo incontro tra Laval Nugent e Paronuzzi, Paronuzzi non solo le restituisce al loro splendore, ma arriva a ricreare parti delle statue e prendere decisioni anche sulla loro collocazione. Secondo alcune lettere di Nugent, emerge che Paronuzzi studia ogni singola statua con grande interesse, così da collocare ciascuna di essa con maggiore consapevolezza nelle diverse zone del castello di Tersatto, acquisito da poco dal feldmaresciallo nella zona dell’odierna Croazia. Laval Nugent, compiaciuto da Paronuzzi, gli lascia una piccola area del castello in cui vivere, situato vicino alla torre. È così che il castello di Tersatto si trasforma in un museo a sé stante in cui Giacomo Paronuzzi lavora e si cura degli ambienti.

Di Giacomo Paronuzzi si può studiare e leggere poco altro. La sua morte, giunta nel 1839 a seguito di un assai probabile caso vaiolo, segna la fine non solo della carriera di un artista promettente, ma anche di un uomo con grandi speranze. Paronuzzi muore a soli 38 anni di età in totale solitudine nel castello in cui ha lavorato per più di dieci anni, sparendo all’improvviso dopo svariato tempo trascorso lontano da casa.



Per approfondire:

  • Matteo Gardonio, Giacomo Paronuzzi: 1801-1839, scultore neoclassico, Tipografia Sartor, Aviano, 2013