Dal 2004, anno in cui il 10 febbraio è stato proclamato Giorno del Ricordo, molto è stato fatto per riportare alla luce la questione del confine adriatico italiano nel secondo dopoguerra. La complessa vicenda dell’esodo, che coinvolse centinaia di migliaia di italiani, trovò nel Friuli una delle aree di approdo più naturali, grazie sia alla prossimità geografica sia alla comune matrice culturale e linguistica.

Con la diaspora giuliano-dalmata, molte famiglie istriane, fiumane e dalmate intrapresero la via dell’esilio, abbandonando case e terre dopo che le regioni orientali passarono sotto la sovranità jugoslava. La provincia di Udine – che allora comprendeva anche l’attuale Pordenonese – accolse diverse migliaia di esuli. Un quadro più preciso della loro distribuzione territoriale emerse solo nel 1958, quando l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), con il sostegno del governo e la collaborazione degli uffici anagrafici locali, promosse un censimento su scala nazionale.

Dai documenti trasferiti successivamente alla sede di Pordenone, risulta che nella Destra Tagliamento erano insediati 324 nuclei familiari, per un totale di 1.222 persone, distribuite in venticinque comuni. Le presenze più consistenti si registrarono a Pordenone (108 famiglie, 353 persone) e Maniago (54 nuclei, 236 persone), seguite da San Quirino e Spilimbergo.

Si tratta però di cifre parziali: non tutti i comuni risposero all’indagine, molte famiglie si erano già spostate altrove in cerca di migliori condizioni, e numerosi esuli evitarono l’iscrizione all’anagrafe per timore di segnalazioni o per sfiducia nelle istituzioni, retaggio di esperienze traumatiche. Altri ancora giunsero dopo il 1958, a censimento concluso.

Una volta insediatisi, gli esuli si inserirono gradualmente nella vita civile e professionale del territorio, facendo sentire la loro presenza in diversi settori: forze armate e di polizia, scuola, sanità, artigianato e industria.

Tra le figure di maggiore rilievo si ricordano il colonnello Ferruccio Cossutta, fiumano, comandante della stazione dei Carabinieri di Pordenone, che portava con fierezza il suo dialetto d’origine anche negli incontri ufficiali, e il professor Antonio Radini, istriano, preside del liceo scientifico “Michelangelo Grigoletti”.

Numerosi furono anche insegnanti, direttori didattici e presidi provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia, che portarono ai giovani pordenonesi non solo competenza, ma anche una profonda nostalgia per la terra perduta e un sincero senso di appartenenza nazionale.

Particolarmente significativa fu la vicenda dei contadini esuli, per i quali il governo italiano predispose interventi di reinsediamento. La legge 31 marzo 1955, n. 240, istituì un fondo di rotazione di quattro miliardi di lire per la bonifica e l’assegnazione di poderi agricoli a famiglie profughe. L’attuazione fu affidata all’Ente Nazionale Tre Venezie, che individuò tre aree di intervento in provincia di Pordenone: il Dandolo di Maniago, i Tornielli di Roveredo in Piano e le Villotte di San Quirino.

Tra il 1958 e il 1959 furono consegnati oltre cento poderi completi di abitazioni, impianti irrigui, strade poderali e servizi. Le terre, cedute a riscatto trentennale, furono trasformate con grande tenacia da famiglie provenienti da colline carsiche e terreni aridi, che dovettero adattarsi a un paesaggio pianeggiante e spesso inospitale.

L’impresa sarebbe stata impossibile senza la solidarietà dei contadini friulani, che offrirono aiuto e credito con generosità. Col tempo, quelle stesse famiglie istriane non solo riscattarono i poderi, ma fondarono anche aziende agricole e vitivinicole tuttora attive nei Magredi di Roveredo, San Quirino e Cordenons.

Assieme ai laici giunsero anche sacerdoti, frati e suore. Almeno sedici presbiteri istriani e dalmati operarono nella diocesi di Concordia-Pordenone, offrendo un contributo prezioso alla vita religiosa e sociale della comunità.

Tra le loro opere più note vi è Casa Betania, voluta da monsignor Cornelio Stefani e da don Domenico Corelli, entrambi esuli dalmati. La struttura, destinata all’accoglienza di persone sole e anziane, rimane ancora oggi un simbolo di solidarietà e continuità spirituale.

Col passare degli anni, le generazioni successive si sono pienamente integrate nella società pordenonese. Le tracce del loro arrivo si riconoscono più nei racconti familiari, nei cognomi e in alcune consuetudini linguistiche che non in una distinzione culturale netta.


Per approfondire:

  • Guido Porro, Istriani, Fiumani e Dalmati dall’esodo all’operosa presenza nel Friuli Occidentale, in “Atti dell’Accademia San Marco di Pordenone”, 2-3 (2000-2001), pp. 143-157 (disponibile qui)
  • Guido Porro, Adriano Noacco, Laura Guaianuzzi, Lucio Cesaratto, Roberto Castenetto, Lucio Sabadin, Dall’Istria al Dandolo. L’insediamento giuliano nel Maniaghese, L’Omino Rosso, Pordenone 2008.