Davanti ad appellativi come sommo poeta, padre della lingua italiana o ideatore del poema totale non si può non pensare immediatamente a Dante Alighieri.

Fin dal primo apprendimento della sua figura, l’associazione mentale Dante-Firenze è quasi automatica, un po’ come quando non si può fare a meno di pensare ai luoghi di Milano quando si studia Manzoni o di immaginare gli scenari della Sicilia quando si legge Pirandello.

Ma ci sono stati contatti tra l’autore e quello che attualmente è Friuli-Venezia Giulia? Dante ha avuto in qualche modo a che fare con la nostra regione nel corso della sua vita? La risposta è sì.

Un primo fatto a tal proposito è praticamente certo: Dante ha conosciuto il friulano. Ciò è avvenuto all’inizio del XIV secolo, nel corso del suo viaggio lungo l’Italia, avente come obiettivo l’individuazione di una lingua che potesse essere universale, valida ed elevata tanto quanto il latino, nonché investita del titolo di volgare illustre. Come si evince da una delle più importanti opere dantesche, il De vulgari eloquentia (1303-1305), ad essere degno della nomina sarà il fiorentino, ritenuta lingua letteraria per eccellenza.

Prima però di arrivare a questa conclusione, il poeta analizza le altre parlate italiane, tra cui appunto il friulano, attestato fin dal Duecento, e parte del gruppo linguistico del retoromanzo.

Passando in rassegna almeno quattordici tipi diversi di volgare, Dante giudica negativamente ognuno di essi, concepiti assolutamente inadatti al ruolo di lingua più decorosa d’Italia: secondo lui, ad esempio, il sardo altro non è che una rozza imitazione del latino, e il volgare romano, per lui il peggiore fra tutti, viene definito come squallida parlata; il friulano non riceve certo, poi, trattamenti di favore. Nel primo libro del De vulgari, infatti, il poeta commenta riguardo ai friulani in questi termini:

«Post hos Aquilegienses et Ystrianos cribremus, qui Ces fas-tu? crudeliter accentuando eructuant. Cumque hiis montaninas omnes et rusticanas loquelas eicimus, que semper mediastinis civibus accentus enormitate dissonare videntur, ut Casentinenses et Fractenses.» (De vulgari eloquentia I, XI)

Da queste righe emerge una concezione di estraneità da parte del poeta nei confronti della parlata friulana, giudicata come rozza, priva di garbo e incomprensibile. Curioso anche come la poca simpatia per il friulano abbia portato l’autore a scrivere una consonante di troppo nella voce ce fastu.

Letteralmente, egli sostiene di voler setacciare via aquileiesi e istriani, riportando un esempio di quella che a suo dire è una rude espressione, nonché tutte le parlate montanare e rustiche che stridono all’orecchio del cittadino per la deformità del loro accento, come quelle del Casentino e della Fratta. Chissà cosa penserebbe nel sapere che la sua opera magna è stata tradotta anche in questa aspra lingua!

Tuttavia, il deciso scarto non ha evitato il formarsi di un’intuizione tra le pagine del De vulgari eloquentia: il fatto che il friulano si distingua da tutte le altre parlate italiche, presentando tratti di assoluta particolarità. È come se, inconsciamente, l’insigne poeta abbia dato un suo importante contributo nell’ambito di quel lungo cammino che ha condotto il friulano verso l’autonomia, verso il suo ufficiale riconoscimento come lingua romanza facente parte di un gruppo a sé stante – quello retoromanzo, appunto – assieme al ladino dolomitico e al romancio.

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