E se il vero antidoto al catastrofismo fosse tornare a credere nella capacità dell’uomo di trovare soluzioni? Claudio Cerasa, autore de L’antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo, ha lanciato oggi a Pordenonelegge l’idea di un ottimismo che non significa negare i problemi, ma provare ad affrontarli senza trasformarli automaticamente in scenari apocalittici.
Secondo Cerasa, il cambiamento climatico è reale e richiede risposte concrete. Il punto, però, è come costruirle. Nel dibattito pubblico prevalgono spesso due posizioni opposte: da una parte chi nega il problema, dall’altra chi utilizza l’emergenza climatica per sostenere una visione fortemente anti-industriale, anti-capitalista e anti-crescita. Tra questi due estremi, Cerasa individua una terza strada: riconoscere il problema e puntare sull’innovazione tecnologica.
L’esempio riguarda soprattutto l’Europa. La transizione ecologica, sostiene Cerasa, non può tradursi automaticamente in deindustrializzazione. Se le attività produttive vengono semplicemente trasferite altrove, le emissioni non scompaiono ma cambiano luogo. Da qui l’importanza di conciliare riduzione delle emissioni, innovazione e competitività industriale. L’obiettivo, quindi, non dovrebbe essere scegliere tra ambiente e industria, ma trovare tecnologie capaci di rendere la produzione più sostenibile.
Lo stesso ragionamento vale per l’energia. Rinnovabili, nucleare, efficienza energetica e nuove tecnologie dovrebbero essere valutati senza preclusioni ideologiche. Per Cerasa, il problema non è soltanto decidere quale tecnologia utilizzare, ma riuscire concretamente a realizzarla, superando una burocrazia spesso incapace di prendere decisioni. La transizione ecologica, in questa prospettiva, diventa anche una questione di capacità amministrativa e industriale.
La tecnologia è al centro anche della sfida dell’intelligenza artificiale. Secondo il Direttore del Foglio, l’Europa rischia di affrontare l’innovazione soprattutto attraverso la lente del pericolo: posti di lavoro minacciati, rischi, conseguenze imprevedibili. Stati Uniti e Cina, invece, stanno investendo massicciamente nello sviluppo tecnologico. La questione diventa allora geopolitica: chi non partecipa alla competizione rischia di subire le decisioni di chi vi partecipa. Per l’Europa, difendere la propria libertà significa quindi anche riuscire a rimanere protagonista dell’innovazione.
Un altro tema attraversa l’incontro: la distanza tra realtà e percezione. Cerasa parla di una «dittatura dello screenshot»: immagini, titoli e notizie drammatiche possono occupare il nostro immaginario molto più dei dati complessivi e questo vale per la sicurezza, l’immigrazione, l’economia e persino per il clima. Il compito dell’informazione dovrebbe essere allora quello di contestualizzare i problemi, senza nasconderli ma nemmeno amplificarli fino a trasformare ogni difficoltà in una catastrofe imminente.
La riflessione si sposta infine sulla libertà e sull’Europa. Per Cerasa, l’Unione Europea rappresenta uno dei principali spazi politici costruiti attorno a democrazia liberale, diritti individuali e libertà. Ma questi principi, sostiene, non possono essere difesi soltanto attraverso regole e regolamentazioni: hanno bisogno anche di capacità economica, industriale, tecnologica e militare. La guerra in Ucraina ha reso evidente questa esigenza, riportando al centro il tema della deterrenza e della capacità delle democrazie di difendersi.
L’ottimismo proposto da Cerasa, dunque, è una forma di responsabilità: se esistono problemi reali, bisogna cercare soluzioni reali. Il catastrofismo può generare paura e impotenza; la fiducia nell’innovazione, invece, può spingere a costruire alternative. L’antidoto alla paura non sarebbe quindi ignorare ciò che accade, ma recuperare la consapevolezza che il futuro non è ancora scritto.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.