Giuseppe Cruciani è arrivato a Pordenone per parlare di libertà. Come suo solito, il conduttore de La Zanzara ha attraversato il politicamente corretto con la delicatezza di un elefante in un negozio di cristalli, davanti a un pubblico divertito, d’accordo, con momenti di impassibilità, fino a qualche caso di contestazione e contro-contestazione. Che raramente si verificano tra il pubblico di Pordenonelegge.
A un osservatore esterno, distinguere la serietà dall’irriverenza di Cruciani è un esercizio complicato: è un personaggio che si costruisce da sé, metà provocatore, metà uomo di spettacolo, coerente e incoerente allo stesso tempo, caustico, tagliente e comico, con una certa allergia alla prudenza. Se poi arriva a un festival letterario, aspettarsi una conversazione tranquilla sulla libertà è probabilmente un esercizio di ottimismo.
A Pordenonelegge il conduttore de La Zanzara ha presentato Libertà: Tutto Cruciani dalla A alla Z, il suo dizionario del politicamente scorretto. E, coerentemente con il personaggio, ha cercato di trasformare ogni argomento in una piccola detonazione.
Si parte da Ed Sheeran e dalla libertà di espressione. Cruciani sostiene soprattutto un diritto che, a suo giudizio, oggi sembra diventato sorprendentemente sovversivo: quello di non schierarsi. Un artista, dice, può anche salire sul palco e parlare di musica senza trasformare ogni concerto in un’assemblea dell’ONU. La libertà, nella sua versione più radicale, comprende persino il diritto di «fottersene» e pensare ad altro. Non proprio Kant, insomma.
Arriva quindi il terreno preferito di Cruciani: la legittima difesa. Il caso è quello di Mario Roggero, il gioielliere condannato definitivamente a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo una rapina nel 2021. Cruciani ribadisce la propria posizione: la legge dovrebbe considerare maggiormente lo stato psicologico di chi subisce un’aggressione e, soprattutto, il contesto nel quale essa avviene. Una tesi che il conduttore difende con la consueta delicatezza di un martello pneumatico.
Sulle armi, Cruciani si dichiara favorevole al principio del possesso individuale come strumento di libertà e autodifesa, richiamando il modello statunitense. Anche qui, più che una lezione di diritto comparato, sembra di assistere a una puntata de La Zanzara: il pubblico ascolta, reagisce, qualcuno approva, qualcuno evidentemente meno. E la conversazione procede.
Non poteva mancare Roberto Vannacci. Cruciani chiarisce di non considerarsi «schierato» con nessuno: si può essere d’accordo con una persona su un tema e in totale disaccordo su un altro. Difende però il diritto di Vannacci di esprimere le proprie opinioni senza essere trasformato automaticamente nel cattivo ufficiale della storia. Una posizione che gli consente anche di criticare apertamente alcune delle proposte dell’ex generale: perché, precisa, dire qualcosa non significa necessariamente che quella cosa sia sensata, realizzabile o condivisibile.
Immigrazione, linguaggio inclusivo e diritti LGBTQ+ occupano inevitabilmente la seconda parte dell’incontro. Cruciani torna alla sua specialità: prendere un argomento serissimo, scuoterlo energicamente e vedere cosa rimane sul pavimento. La sua tesi di fondo è che le persone non dovrebbero essere continuamente catalogate sulla base dell’orientamento sessuale e che la lotta alla discriminazione non dovrebbe trasformarsi in una gigantesca macchina burocratica delle identità.
Poi arriva la televisione, forse il terreno sul quale Cruciani si muove con maggiore naturalezza. I talk show? Intrattenimento travestito da informazione. Secondo lui, il loro vero obiettivo in Italia non è quello di spiegare il mondo, ma costruire il litigio che il giorno dopo farà salire la famosa «curva» degli ascolti. Meglio quindi guardarli con lo spirito giusto, come una commedia dell’arte contemporanea. Popcorn, telecomando e nessuna pretesa di uscirne con la verità definitiva sull’universo.
Sulla caccia arriva il momento più “zanzaroso” della mattinata: un contestatore dal pubblico apre un piccolo siparietto con Cruciani. Botta e risposta, provocazioni e qualche inevitabile risata. Il conduttore sembra trovarsi particolarmente a proprio agio quando qualcuno decide di non essere d’accordo con lui: “Vi faccio vedere come si disinnesca un contestatore”, ha detto invitandolo sul palco e stringendogli la mano.
Alla fine resta una parola: libertà. Non quella elegante, da convegno universitario, ma quella rumorosa, scomoda e talvolta persino irritante che Cruciani rivendica come cifra personale. Il suo consiglio conclusivo è coerente con tutto il resto: avanti tutta, senza passare troppo tempo a riascoltarsi.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.