Nel libro “Omero non deve morire”, l’imprenditore Oscar Farinetti e il rettore universitario Piercarlo Grimaldi lanciano un appello a non perdere il valore della parola umana in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dal cinismo.

Per loro, Omero — simbolo del passaggio dall’oralità alla scrittura — rappresenta la capacità di dare senso alle parole, interiorizzarne i contenuti e usarle per creare sentimenti, pensiero e azione.

Farinetti ricorda che negli anni ’70 molte persone non sapevano leggere e scrivere: oggi, con l’IA, rischiamo una nuova forma di analfabetismo, in cui una macchina “pensa al posto nostro”.

La sfida non è rifiutare la tecnologia, ma “ripensare al contenuto delle parole”, tornando a conoscerne il significato e a interiorizzarlo. Grimaldi, da imprenditore pragmatico, spiega che l’imprenditore è un “creatore di sentimenti” e si assume il destino dei collaboratori: se sbaglia un investimento, i dipendenti restano senza lavoro.

Per lui l’attività d’impresa si articola in cinque passaggi — sentimenti, pensieri, parola, azione, prodotto — e la parola è il perno: “tutto il resto sono solo chiacchiere”. Secondo Grimaldi, ogni secolo vive una propria “era”: lui ha attraversato il dopoguerra, gli anni del boom, gli anni di piombo.

Oggi vivremmo l’“era del cinismo”, definita come l’analisi della propria vita senza usare i sentimenti. Il cinismo richiede poche parole e molta sicurezza: è un linguaggio secco, che si ritrova anche nel giornalismo e nella politica contemporanea, dove l’intellettuale è spesso pessimista.

Per i due autori, l’ottimismo vero non è ingenuità: è credere che i problemi si possano risolvere, dopo averli analizzati con lucidità, anche dura. Grimaldi collega il benessere raggiunto alla democrazia, nata dall’Illuminismo.

Ricorda il terremoto di Lisbona del 1755 come spartiacque che mise in crisi l’idea di un ordine provvidenziale e alimentò il dibattito tra Rousseau, favorevole a forme di democrazia più diretta, e Voltaire, più scettico. La sintesi di Kant — la democrazia rappresentativa, in cui ogni popolo sceglie i propri rappresentanti — avrebbe poi permesso di conciliare partecipazione e stabilità.

Tuttavia, la democrazia ha anche prodotto un crescente “mancato rispetto per l’autorità”: “i politici di oggi ci fanno un po’ ridicoli”, osserva Grimaldi, sintetizzando un sentimento diffuso.

In questa cornice, siamo diventati desiderosi di perfezione, mentre la soluzione reale dei problemi sta spesso nel “sub-ottimale”, nel compromesso che permette a più persone di stare bene, invece che a una sola.

Sul fronte dell’emergenza ambientale, Farinetti e Grimaldi la definiscono il rischio più potente per le future generazioni: “più andiamo avanti, peggio sarà”.

Il paradosso è che siamo informati, ma inconsapevoli: sappiamo i dati, ma non li traduciamo in responsabilità e cambiamento. La speranza di Grimaldi è tornare a vedere un’“unione di saperi”, ricostruendo ponti tra discipline, generazioni e linguaggi.

In questa prospettiva, “Omero non deve morire” significa non perdere la capacità di dare senso alle parole, di usarle per creare sentimenti e comunità, e di affrontare le grandi sfide — dalla crisi della famiglia all’emergenza climatica — con pensiero critico, ottimismo responsabile e democrazia viva.