A Pordenonelegge, Vera Politkovskaja ha incontrato il pubblico in un dialogo moderato da Pina Picierno, dedicato alla figura della madre Anna, giornalista russa uccisa nel 2006. Un incontro che ha intrecciato memoria familiare, libertà di stampa e trasformazioni della Russia, partendo da una convinzione: nessun potere può controllare per sempre la verità.

L’incontro si è svolto nella nuova Arena del Dissenso, pensata da Pordenonelegge come uno spazio destinato ad accogliere scrittori, giornalisti e intellettuali costretti a lasciare i propri Paesi o privati della possibilità di esprimersi liberamente. Un luogo che vuole diventare, nelle parole degli organizzatori, una casa per chi non ha più diritto di parola nella propria terra.

Picierno ha ricordato come la lezione di Anna Politkovskaja sia ancora attuale. La giornalista aveva scelto di raccontare ciò che il potere cercava di nascondere, soprattutto la guerra in Cecenia e le violazioni dei diritti umani. Per farlo aveva adottato un principio semplice e radicale: chiamare i fatti con il loro nome. È proprio questo, secondo Picierno, a rendere il giornalismo libero così scomodo per i regimi autoritari.

Vera Politkovskaja ha raccontato quanto sia cambiato il contesto russo. Secondo la figlia, oggi nella Russia di Putin un giornalismo come quello praticato dalla madre non sarebbe semplicemente difficile: non sarebbe possibile. Le leggi adottate negli ultimi anni hanno progressivamente ristretto lo spazio per l’informazione indipendente. Dopo l’invasione dell’Ucraina, inoltre, le autorità hanno imposto ai media di attenersi alla versione ufficiale del conflitto, rendendo la censura una realtà quotidiana.

Ma censura e consenso, ha sottolineato Vera, non sono la stessa cosa. Il silenzio di chi teme conseguenze personali non può essere automaticamente interpretato come sostegno al potere. Esiste una parte della società che protesta e paga un prezzo altissimo, con arresti, carcere ed esilio. Allo stesso tempo, la propaganda può trasformare alcuni cittadini in strumenti della propria diffusione, fino a renderli partecipi del sistema che li condiziona.

Un meccanismo che, secondo Picierno, presenta alcune analogie con le tecniche utilizzate dalle organizzazioni mafiose: prima l’isolamento, poi la delegittimazione pubblica, quindi le intimidazioni. La delegittimazione attraverso la propaganda e le campagne coordinate sui social è diventata così un elemento della repressione che supera i confini russi. La questione, dunque, non riguarda soltanto chi vive in Russia, ma anche la capacità delle democrazie europee di riconoscere e contrastare la disinformazione.

Al centro del dialogo è tornata più volte una frase attribuita ad Anna Politkovskaja, pronunciata nel 2004: la Russia stava precipitando verso un abisso scavato da Putin e dalla sua miopia politica. Vera ha ricordato che, quando la madre faceva queste osservazioni, persino alcune delle persone a lei più vicine pensavano che stesse esagerando. Solo dopo la sua morte molti hanno riletto i suoi articoli riconoscendovi previsioni che allora non erano state ascoltate.

Da qui il suo consiglio: ascoltare. Non soltanto le grandi figure pubbliche, ma anche le persone che abbiamo accanto quando cercano di raccontarci qualcosa che non vogliamo o non riusciamo a vedere. La libertà, infatti, non si difende soltanto attraverso le istituzioni: richiede attenzione, responsabilità e capacità di riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi.

Vera ha poi parlato della possibilità di fare giornalismo libero. Fuori dalla Russia, ha spiegato, quel lavoro è ancora possibile ed è necessario. In Russia, invece, chi cercasse oggi di praticarlo correrebbe il rischio di essere incarcerato. È proprio questa differenza a rendere l’Europa un luogo da proteggere: la libertà di stampa non è un dato acquisito una volta per tutte.

Nel finale, però, il discorso politico ha lasciato spazio alla memoria privata. Vera ha raccontato una madre rigorosa, che considerava l’istruzione fondamentale e che nella vita familiare mostrava la stessa personalità determinata conosciuta attraverso il suo lavoro. Negli ultimi anni Anna le confidava una preoccupazione: «Nessuno mi ascolta davvero». Vera allora non ne comprendeva fino in fondo il significato.

Oggi quella frase assume un valore diverso. E il suo ultimo messaggio al pubblico di Pordenonelegge è semplice: ascoltate le persone che avete vicino. Perché la libertà, prima ancora di essere una grande parola politica, comincia dalla capacità di ascoltare ciò che qualcuno sta cercando di dirci.