C’è un disagio che a volte vale più di mille certezze. È quello che ha provato Gianni Cuperlo lo scorso 10 febbraio, giorno del Ricordo, ascoltando uno dei discorsi fatti nell’aula di Montecitorio in memoria di quella tragedia. Non un problema di rispetto — la voce apparteneva alla seconda carica dello Stato — ma di metodo: una vicenda complessa e dolorosa ridotta, ancora una volta, a formula. Superficialità da un lato, rimozione dall’altro.
Da quel disagio è nato un libro, presentato a Pordenonelegge con lo storico Pietro Zin, La frontiera ferita. Guerre, fascismo, foibe, esodo, e con esso la scommessa di raccontare per intero — senza sconti a nessuna parte politica — la storia del confine orientale italiano. A Cuperlo, in quel momento, è tornata in mente una distinzione che fu di Aldo Moro: chi semplifica toglie consapevolmente il superfluo; chi banalizza toglie inconsapevolmente l’essenziale. È la differenza tra chi sceglie e chi rimuove. Ed è proprio la rimozione, secondo l’autore, il vizio più diffuso quando si parla del confine orientale — da qualunque sponda politica lo si racconti. Nato a Trieste, Cuperlo prende in prestito da uno storico di quella terra, Raoul Pupo, una distinzione chiave: il confine è la sbarra, la linea netta che separa due Stati; la frontiera è invece un territorio più ampio, dove lingue, etnie, fedi e tradizioni si mescolano senza confini netti. Ed è proprio quella mescolanza — sottolinea l’autore — a poter generare tanto ricchezza quanto odio.
Il metodo narrativo scelto è insolito: non si parte dall’inizio, ma dal presente, per risalire indietro come fanno i salmoni. Il libro si apre su tre episodi recenti — una scritta ingiuriosa contro gli sloveni comparsa sul consolato di Trieste, l’omicidio di un autista di pullman per mano di ultras di estrema destra e l’annerimento con delle bombolette di alcuni cartelli stradali bilingui — per poi ricostruire, decennio dopo decennio, come si sia arrivati fin lì. La tesi di fondo è netta: nessuna singola pagina di questa storia si comprende se isolata dalle altre. Seguendo questo filo a ritroso, il racconto attraversa l’esodo di oltre 300mila italiani da Istria, Fiume e Dalmazia tra il 1947 e il 1954, il trattato di Parigi e il discorso di De Gasperi, i quaranta giorni di occupazione titina di Trieste nel 1945 e le foibe di quell’anno. Poi risale ancora, alle foibe istriane del 1943, esplose come reazione alle violenze delle truppe tedesche e fasciste dopo l’invasione della Jugoslavia nel 1941. E più indietro ancora: alle leggi razziali proclamate da Mussolini a Trieste nel 1938, all’italianizzazione forzata dei cognomi sloveni nel 1927, fino all’incendio doloso del Narodni dom — la “casa delle culture” della comunità slovena — appiccato dalle squadre fasciste il 13 luglio 1920, un anno prima della marcia su Roma.
A rendere tangibile questa lunga catena di violenze sono le storie individuali che Cuperlo intreccia nell’incontro. C’è la strage di Porzûs, dove partigiani comunisti uccisero partigiani cattolici e azionisti, tra cui il fratello di Pier Paolo Pasolini. C’è il bambino di sette anni che vide bruciare il Narodni dom e ne portò il ricordo per tutta la vita: è Boris Pahor, lo scrittore triestino di lingua slovena morto nel 2022 a 108 anni, che definì quell’incendio “il battesimo del fuoco fascista”. E c’è la bambina di dodici anni, futura fondatrice delle pagine culturali di Repubblica — Anna Maria Mori — che lasciò Pola sulla nave Toscana, protetta da un ombrello che sua nonna teneva aperto per ripararla da chi, ubriaco di dolore, dormiva sopra di loro.
La conclusione a cui arriva Cuperlo non è soltanto storiografica, ma politica e morale: chi ricopre una carica dello Stato non può scegliere quale memoria onorare e quale cancellare. Deve rispettarle entrambe — quella dell’esodo e quella delle foibe, quella degli sloveni perseguitati e quella degli italiani in fuga — perché solo tenendole insieme, nella loro scomodità, si può davvero rappresentare un intero paese.
Nato a Milano il 10 novembre 2008. Frequento il liceo Leopardi – Majorana. Desidero dare voce alle tradizioni dei luoghi che mi hanno accolto, dando attenzione a tutto ciò che ci ha preceduto.