Il fiume Isonzo, al confine con l’Austria-Ungheria, fu teatro di dodici battaglie lungo l’intero corso della grande guerra: l’esercito italiano concentrò in questo luogo il maggiore sforzo offensivo.

Allo scoppio del conflitto, l’obiettivo del generale Cadorna era di sfondare ad est, prendendo la città di Gorizia, sperando poi di proseguire fino a Vienna. La prima ondata di quattro battaglie si ebbe tra giugno e dicembre 1915. Dopo aver respinto l’attacco austro-ungarico sull’altipiano dei Sette Comuni, riconquistando gran parte del terreno perduto, il generale Cadorna concentrò gli sforzi offensivi sull’Isonzo, che egli considerava il fronte principale.

Dal 4 agosto 1916 iniziò la sesta battaglia dell’Isonzo con obiettivo primario la presa di Gorizia. Si contrapponevano 26 brigate italiane e 13 austriache. L’accurata preparazione dell’artiglieria e l’efficacia delle azioni di avvicinamento consentirono la conquista dei monti Sabatino e San Michele. I comandi italiani percepirono il momento favorevole e decisero di mettere in campo anche la cavalleria. Il 9 agosto 1916 alcune unità italiane entravano in città, accolte da una popolazione non entusiasta. Il tentativo di Cadorna di sfruttare il successo proseguendo l’offensiva d’infranse di fronte alle nuove linee austro-ungariche e alla stanchezza delle truppe.

Si intonava tuttavia il coro nostalgico: O Gorizia tu sei maledetta / Per ogni cuore che sente coscienza / dolorosa ci fu la partenza / e il ritorno per molti non fu.

Nel 1917 Cadorna cambiò tattica e la decima e undicesima battaglia dell’Isonzo furono condotte su vaste linee del fronte, tentando di aprire la strada per Tolmino e Trieste. Il 14 maggio 1917 cominciò la decima battaglia dell’Isonzo. L’obiettivo fu lo sfondamento del fronte e la liberazione di Trieste. Essa dura fino agli inizi di giugno e garantisce all’Italia solo scarse e labili conquiste territoriali, a fronte di quasi 200.000 uomini persi, di cui 30.000 morti – per gli austriaci oltre 120.000, di cui 20.000 morti.

Tra il 17 e il 31 agosto 1917 ci fu l’undicesima battaglia dell’Isonzo, terminata con la conquista dell’altipiano della Bainsizza. Provoca 300.000 tra morti, feriti, dispersi, prigionieri tra le due parti, tra i quali 50.000 morti italiani. L’offensiva fallì con la dodicesima offensiva, nota come la battaglia di Caporetto, che portò allo sfondamento delle linee italiane da parte delle forze austriache e tedesche.

 

Nel frattempo, non poco distante, Giuseppe Ungaretti scriveva:

Dal Viale di Valle, Pieve Santo Stefano il 31 agosto 1917.

 Nettezza di montagne / risalita / nel globo / del tempo / ammansito.

 

Ci sono stati diversi uomini di spicco nel genio militare della Grande Guerra. Qui si vuole ricordare il croato Svetozar Boroevic von Bojna (1856-1920). Fu un militare austro-ungarico di origine croata, nato ai confini con la Bosnia. Iniziò presto a frequentare l’Accademia Militare di Graz. Completati i corsi, fu inviato a presidiare il confine croato.

Prese parte nel 1878 alla conquista della Bosnia-Erzegovina e nei decenni successivi la sua carriera proseguì brillantemente tanto da diventare nel 1904 generale e ricevere un titolo nobiliare ungherese (da qui la seconda parte del suo nome, von Bojna). Borojevic fu impegnato sul fronte orientale dapprima alla guida del 6° Corpo d’Armata e successivamente (settembre 1914) come generale della Terza Armata.

Il 25 maggio 1915 fu trasferito sul nuovo fronte italiano alla guida della Quinta Armata, dislocata lungo il corso del fiume Isonzo. Organizzò una dura resistenza contro l’avanzata italiana. I soldati al suo comando e la stampa nazionale lo esaltarono tanto da soprannominarlo il “Leone dell’Isonzo” mentre i militari croati lo chiamavano “Naš Sveto” (il Nostro Sveto).

Nel febbraio del 1918 fu nominato Feldmaresciallo, dirigendo la propria armata verso il nuovo fronte del Piave. Ideò in seguito la battaglia del Solstizio nel giugno 1918, ma gli sforzi di abbattimento della nuova linea italiana furono vani. Alla conclusione delle ostilità, la sua armata si dissolse per le crescenti frizioni nazionali. Nell’immediato dopoguerra si propose all’imperatore per restaurare la monarchia, cercando un riconoscimento dal nuovo Stato jugoslavo, invano, e fu costretto a ritirarsi a vita privata in Austria.

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