A Pordenone ci sono luoghi che sembrano aver concluso la propria storia: fabbriche svuotate, finestre senza vetri, muri consumati dal tempo e dal silenzio. Se non fosse che basta attraversarli con uno sguardo diverso perché tutto torni a muoversi. È quello che accade all’ex Cotonificio Amman-Wepfer di Pordenone, dove le rovine di uno dei più importanti complessi industriali del Friuli diventano il palcoscenico di Eternamente Ricorda, terzo episodio del progetto teatrale COTONE, capace di trasformare un luogo abbandonato in uno spazio dove passato e presente continuano a dialogare.

La storia del cotonificio comincia nel 1875, quando gli imprenditori svizzeri Alberto Amman ed Emilio Wepfer scelgono l’area delle Melosette, verso Borgomeduna, per costruire uno stabilimento all’avanguardia. L’edificio, progettato su un unico piano e illuminato da grandi finestroni che sfruttavano la luce naturale, rappresentava uno dei più moderni esempi di architettura industriale dell’epoca. Grazie alla forza idraulica del Noncello e, dagli anni Ottanta dell’Ottocento, anche all’energia prodotta dalle turbine elettriche, la fabbrica arrivò a impiegare fino a 1.700 operai, contribuendo in modo decisivo alla trasformazione economica e urbana di Pordenone.

Dietro quella straordinaria crescita, però, si nascondeva una realtà molto più complessa. Il lavoro scandiva le giornate di migliaia di uomini, donne e bambini, costretti a ritmi massacranti in ambienti spesso malsani e rumorosi. Non sorprende, quindi, che proprio all’Amman-Wepfer maturassero alcune delle prime grandi rivendicazioni operaie del territorio. Lo sciopero del 1887, che vide una partecipazione significativa di lavoratrici e giovanissime operaie, rappresentò un momento decisivo nella storia dei diritti del lavoro a Pordenone, dimostrando come la richiesta di maggiore dignità potesse nascere anche tra i telai di una fabbrica tessile.

Eternamente Ricorda prende avvio proprio da quella stagione di lotte, ma evita la strada della semplice ricostruzione storica. Lo spettacolo immagina infatti che, tra le rovine dell’ex cotonificio, sia in corso la realizzazione di un documentario contemporaneo. Mentre le telecamere cercano di raccontare ciò che resta della fabbrica, le voci del passato riaffiorano improvvisamente: gli operai in sciopero, le discussioni sul futuro, la consapevolezza che senza il lavoro di migliaia di persone nessuna macchina avrebbe mai potuto funzionare. I due piani temporali si osservano da lontano, senza incontrarsi davvero, eppure finiscono per porsi le stesse domande.

Che cosa rimane quando un luogo perde la funzione per cui era stato costruito? I muri conservano davvero la memoria oppure sono le persone a darle significato? E soprattutto, quale responsabilità abbiamo nei confronti delle storie che rischiano di scomparire insieme a chi le ha vissute?

Ad accompagnare il pubblico in questa riflessione sono anche i ricordi di una famiglia profondamente legata al cotonificio. Una nonna che aveva iniziato a lavorare tra i telai da bambina, un padre che vi trascorse l’intera vita lavorativa, un nipote che, anni dopo, prova a ricostruire quei frammenti di memoria ascoltando racconti che sembrano appartenere a un mondo ormai lontanissimo. È attraverso questo passaggio tra generazioni che lo spettacolo affronta uno dei suoi temi più intensi: il momento in cui il filo del racconto rischia di spezzarsi e, con esso, la possibilità di comprendere davvero da dove veniamo.

Il dialogo tra passato e presente si arricchisce così di una riflessione più ampia sul significato stesso della memoria. Le fabbriche possono chiudere, le macchine arrugginire e gli edifici trasformarsi in ruderi, ma le storie continuano a vivere finché qualcuno sceglie di raccontarle. È forse questo il messaggio più profondo dello spettacolo: le comunità non si costruiscono soltanto con il lavoro o con il progresso economico, ma anche attraverso la capacità di custodire e tramandare le esperienze di chi ci ha preceduto.

Camminando con l’immaginazione tra gli spazi dell’ex Amman-Wepfer, il pubblico scopre così che quei muri non rappresentano soltanto un capitolo della storia industriale pordenonese. Sono un luogo in cui riecheggiano ancora le voci delle migliaia di persone che vi hanno trascorso la propria vita, tra speranze, sacrifici, lotte e sogni. E mentre il passato sembra riaffacciarsi tra le rovine, una domanda rimane sospesa nell’aria: siamo ancora capaci di ascoltare le storie che hanno costruito il nostro presente oppure lasceremo che il silenzio le cancelli definitivamente?

Per scoprirlo bisogna attraversare quei luoghi, lasciarsi guidare dalle loro voci e accettare di entrare, almeno per un momento, in un tempo che non è mai davvero finito.

Ci vediamo dunque all‘ingresso del parco del Seminario da via del Seminario:

  • Sabato 8 agosto, ore 17:00
  • Domenica 9 agosto, ore 10:00

Nell’attesa, per approfondire il contesto e la storia:


Per informazioni:

La partecipazione è gratuita, con prenotazione consigliata scrivendo a biglietteria@spkteatro.com oppure via WhatsApp al 371 158 7456. Gli organizzatori consigliano abbigliamento e scarpe comode e, in alcune tappe, invitano i partecipanti a portare qualcosa da condividere durante il momento conviviale finale. Un gesto semplice che, come tutto il progetto, ricuce il filo tra memoria, territorio e comunità.

Foto in copertina: SPK Teatro