In calce all’antologia di Paolo Amalteo, pubblicata all’interno della Miscellanea di varie operette, figurano tre lettere destinate al fratello Marcantonio, testimonianza dello stretto rapporto esistente trai i due. Sebbene entrambi siano di condizione clericale, tutti e due i fratelli sono genitori; a tal proposito particolarmente interessante è una missiva di Paolo al fratello per la perdita del figlio Vittorino, alimentata da un duplice sentimento: da un lato la volontà di consolare il fratello per la morte del giovane, dall’altro un tono quasi insensibile, se non addirittura invidioso nei confronti di Marcantonio, per non avere più davanti ai propri occhi il frutto della sua inadempienza ai voti.

Tutt’oggi gran parte della produzione di Marcantonio rimane inedita: degna di nota è la sua elegia composta per la morte del Pordenone, una delle rare, o forse l’unica, a godere di una certa fortuna editoriale nel corso del XIX secolo e tradotta da Angelo Dalmistro.

Francesco Amalteo è il terzo e più giovane fratello della prima generazione; la sua produzione fu piuttosto esigua, ma siamo a conoscenza, attraverso due epistole di Jacopo da Porcia a lui destinate, di una comparatio tra uomo di guerra e uomo di lettere, conclusa a favore di quest’ultimo, e una dissertazione «sopra il rinomato valorosissimo C. Mario», in realtà probabilmente mai esistita. Ma Francesco è soprattutto padre della seconda e più fiorente generazione degli Amaltei, quella dei fratelli opitergini Girolamo, Giovanni Battista e Cornelio, vissuti nel pieno del XVI secolo.

Pur inscrivendosi nel solco della tradizione famigliare, di carattere encomiastico ed erudito, contribuiscono in maniera originale a rinnovare la produzione in versi, anche in volgare, del loro prestigioso casato. Numerosi sono i loro carmina di argomento religioso, rivolti in particolar modo a scongiurare i nuovi pericoli che nel Cinquecento minacciano la fede cattolica: i Turchi e la diffusione della Riforma di Lutero. Ne costituisce un esempio la Gigantomachia haeretica di Girolamo, poemetto in esametri dedicato a Paolo IV Carafa, fondatore del Sant’Uffizio romano e acerrimo nemico di ogni eterodossia. L’opera ottenne le lodi dello stesso Annibale Caro, traduttore dell’Eneide in endecasillabi sciolti.

All’immane scontro contro i Turchi Ottomani, di cui la battaglia di Lepanto rappresentò l’evento capitale, sono dedicati ben tre componimenti di Giovanni Battista: una canzone in volgare italiano rivolta a Marco Antonio Colonna, comandante dell’armata pontificia; un carme latino in esametri dedicato a Sebastiano Venier, a capo delle forze veneziane; l’ultimo, in onore del comandante delle forze spagnole Giovanni d’Austria, è una singolare ode in greco, composta di strofe, antistrofe ed epodo, che ripercorre gli schemi metrici della poesia pindarica. Sempre a Giovanni d’Austria Cornelio dedica il poemetto Proteus, dai toni solenni e profetici.

I tre fratelli Amalteo, come molti umanisti del tempo, si dedicarono spesse volte anche al genere bucolico-pastorale: particolarmente attivo fu Giovanni Battista, autore di sei egloghe, tutte monodiche (prive dei canti amebei tipici dei carmi bucolici rinascimentali) e manchevoli di riferimenti allegorici e autobiografici espliciti.

Prima dell’avvento di Giovanni Battista, ad eccezione di una Laude et oratione alla beata et sempre Vergine Maria di Marcantonio, modellata sull’ultima canzone dei Rerum vulgarium fragmenta, le esperienze poetiche in volgare degli Amaltei sono piuttosto insolite. Ma il primo degli Amaltei a comporre un corpus cospicuo di liriche in volgare è proprio Giovanni Battista, i cui componimenti, che ammontano a quarantasette, sono editi a stampa nel corso del Cinquecento. Il tema maggiormente praticato è quello amoroso, ovviamente modellato su una meticolosa emulatio del Canzoniere di Petrarca, secondo la moda del tempo. In seguito accusato di pedanteria e mancanza di originalità, Giovanni Battista è notevolmente apprezzato da diversi letterati a lui contemporanei, tra i quali lo stesso Torquato Tasso, che potrebbe essere stato influenzato da un sonetto del poeta di casa Amalteo nella composizione della Canzone al Metauro. Inoltre, diverse liriche di Giovanni Battista, specie i suoi madrigali, sono musicate e trascritte in libretti musicali.

Scarse sono le notizie che disponiamo della vita di Ottavio, figlio di Girolamo e anch’egli arguto verseggiatore, e ancora meno sono quelle di un certo Alvise: di lui conosciamo un solo sonetto, singolare in quanto unico componimento della famiglia Amalteo in lingua friulana, dai toni satirici e irriverenti.

A Parigi e Vienna operano gli ultimi due grandi rappresentanti della lunga saga poetica degli Amaltei, figli di Marcantonio: Ascanio e Aurelio, che conformano i loro versi al gusto Barocco allora predominante e ricevono importanti donativi e incarichi dai potenti d’Europa, senza tuttavia mai lasciare definitivamente la Patria.

Ascanio, il più giovane, muove i suoi primi passi presso la corte francese di Luigi XIV e sotto la tutela del cardinale Giulio Mazzarino, divenendo consigliere reale e maestro nella lingua italiana, nonché precettore del Re Sole, come testimoniato dal quaderno degli esercizi di lingua italiana.
La sua opera più importante è Il Tempio della Pace, poemetto composto in onore di Mazzarino, in seguito alla stipulazione della Pace dei Pirenei (1659), che sanciva la fine della guerra franco-spagnola. L’opera narra di un’Europa divisa dai conflitti intestini tra le due maggiori potenze cattoliche, Francia e Spagna, che favoriscono l’avanzata nel continente dell’Impero Ottomano; la situazione è a tal punto critica che il Cielo decide di inviare un messaggero, l’arcangelo Gabriele, con esplicito riferimento al primo canto della Gerusalemme liberata di Tasso.

La seconda parte dell’opera è dedicata ad un’ekphrasis trionfale del tempio, con riferimenti alla storia di Francia e allo scontro con gli infedeli. Numerose sono le reminiscenze letterarie, provenienti tanto dai classici moderni (come la descrizione del castello di Armida nella Gerusalemme liberata e la Galeria del Marino) e antichi (come il tempio di marmo sulle rive del Mincio consacrato ad Augusto, nel terzo libro delle Georgiche di Virgilio).

Mentre Ascanio è impegnato nella composizione delle sue stanze, il fratello Aurelio, presso la corte asburgica di Leopoldo I, rappresenta sulle scene il primo dei suoi libretti musicali, Re Gilidoro (1659). Il dramma è letto e corretto dal nobile cavaliere friulano Ciro di Pers, una delle voci più originali della lirica barocca, di cui Aurelio si professa discepolo. Altri drammi di Aurelio a noi noti sono: La magia delusaCiro crescenteGli amori di Apollo e CliziaMercurio esploratoreLa virtù trionfante e Roselmina fatta canora. La lirica drammatica di Aurelio va inserita nel quadro del teatro italiano del Seicento, fondato su una letteratura di consumo e il cui obiettivo principale è soddisfare i gusti del pubblico, con espedienti spettacolari e sorprendenti, quali travestimenti, colpi di scena, intrecci complessi e agnizioni risolutive, ben ravvisabili nella trama di Re Gilidoro. Anche il linguaggio risente della necessità di adattare le battute alla melodia musicale, con l’impiego di versi brevi, come settenari e senari.

Numerosi sono stati i traduttori in volgare delle liriche latine della famiglia Amalteo, talvolta capaci di ideare soluzioni originali e innovative, come la traduzione in stanze anacreontiche di quattro settenari, operata da Giuseppe Urbano Pagani nel 1782.

Se nell’epoca rinascimentale e barocca le liriche degli Amaltei godettero di autorevolezza e apprezzamento, nell’Ottocento, a causa del diffusione del gusto romantico, la critica letteraria si dimostrò particolarmente severa nei confronti di questa poesia; nel 1818 la «Biblioteca italiana, ossia giornale di letteratura, scienze e arti» fornisce una recensione che critica aspramente non solo la produzione dei tre fratelli opitergini, ma condanna come esperienza fioca e debole un’intera stagiona poetica: i grandi poeti latini del Cinquecento sono definiti come letterati che «niuna attitudine avevano a comporre versi italiani», risultando privi di qualsiasi immaginazione. D’altro canto, impiegando la lingua latina, ad un trattato divenivano «poeti, cantavano in tutti i metri, trattavano qualunque argomento, ed a loro beneplacito spaziavano per gli immensi campi della poesia». La soluzione a questo paradosso? Costoro non sarebbero veramente dei poeti ispirati, ma dei banali imitatori degli auctores latini, capaci solamente di copiare stilemi e di dar vita ad una poesia priva di una propria identità, giudicati «sovente eleganti, di rado assai originali».

Oggi, tuttavia, la critica è ben consapevole di come il nostro gusto letterario si avvalga di categorie di giudizio completamente diverse rispetto a quelle impiegate al tempo della famiglia Amalteo, secoli in cui l’imitazione dei modelli tanto classici quanto volgari era l’elemento imprescindibile dell’arte di scrivere in versi.


Per approfondire:
Amaltheae favilla domus: un’antologia poetica da Paolo ad Aurelio Amalteo, a cura di Matteo Venier, Pordenone, Accademia San Marco, 2016