C’è un luogo, incastonato tra Porcia e Pordenone, che tutti conosciamo come un’oasi di pace. È il Lago della Burida: una distesa d’acqua tranquilla, meta di passeggiate domenicali, un riparo verde dove fermarsi a respirare. Eppure, quella calma apparente nasconde una storia impastata di sudore, fatica e braccia umane.

La Burida, come sappiamo, non è un lago naturale ma un immenso buco scavato a mano nel 1893. Per oltre sei mesi, circa seicento operai hanno mosso terra, consumato badili e lanciato bestemmie al cielo per creare un bacino artificiale. Serviva un salto d’acqua di sei metri per generare l’energia elettrica necessaria ai cotonifici della Pordenone proto-industriale. Un’opera imponente: 72 milioni di badilate e 4,5 milioni di carriole per trasformare il paesaggio e dare motore all’economia dell’epoca.

Ma cosa resta di quella fatica quando le macchine smettono di girare? È da questa domanda che prende vita “Il Grande Vuoto”, primo episodio di COTONE, performance unica nel suo genere che trasforma la memoria locale in uno specchio in cui riflettersi.

Lo spettacolo comincia proprio sulle rive del lago. Dopo un’introduzione, accade qualcosa di insolito. Al pubblico viene data una consegna semplice quanto spiazzante: dieci minuti di tempo libero nel parco. Dieci minuti in cui fare esattamente ciò che si vuole. Alla fine di questa sospensione, ogni spettatore scrive su un bigliettino come ha riempito quel vuoto. È un esperimento tanto semplice quanto sorprendente. Cosa significa davvero “non fare niente”? Siamo ancora capaci di sostare, senza sentirci obbligati a produrre qualcosa?

È in questo spazio sospeso che prendono voce Nini e Sergio, due operai del 1893 sorpresi a scavare quel gigante di terra interpretati da Mathias Eccher e Mattia Zavarise, della compagnia Bonobo. Nini si ferma, appoggia il badile e inizia a porsi domande “pericolose”: perché stiamo scavando? Che senso ha produrre sempre di più? E quando smettiamo di scavare, noi chi siamo? Sergio, al contrario, incarna la concretezza del lavoro e della sopravvivenza: bisogna fare, non sognare; scavare serve a portare il pane a casa.

NINI: “Mia nonna diceva sempre: ‘te te riposa co te mori’.”

SERGIO: “Santa donna! L’a rason…”

NINI: “No che non ha ragione. Io voglio far niente anche qua, anche adesso…”

Lo spettacolo intreccia continuamente dati storici e poesia. I numeri diventano immagini: milioni di carriole, decine di milioni di badilate, centinaia di camicie impregnate di sudore. La gigantesca fatica necessaria a creare quel “vuoto” acquista una dimensione quasi epica, ma senza perdere il contatto con l’umanità di chi l’ha compiuta. Il vuoto scavato nella terra diventa così la metafora del vuoto che sentiamo dentro quando la corsa quotidiana si arresta.

Mentre i narratori snocciolano i dati imponenti di quel cantiere di fine Ottocento — confrontando la potenza dei kilowatt di allora con l’energia necessaria oggi per accendere cento frigoriferi o due auto elettriche —, il pubblico viene trascinato dentro un’esperienza intima e collettiva. Che cosa lasciamo dietro di noi? Quanto dura davvero il lavoro di una vita? E se ciò che oggi consideriamo ordinario fosse, in realtà, il risultato di un sogno coltivato da qualcuno più di un secolo fa?

L’acqua del lago smette di essere solo un elemento naturale e si fa fabbrica liquida, cassaforte di memoria che trattiene le storie di chi ci ha preceduto. Proprio quando i biglietti scritti dagli spettatori iniziano a intrecciarsi con le voci dal passato, una domanda rimane sospesa a mezz’aria sulle acque della Burida:

Se in dieci minuti un temporale può allagare una città e una persona può cambiare la propria vita… cosa può succedere se decidiamo, anche solo per un istante, di smettere di scavare?

Per scoprirlo, non vi resta che camminare fino alle rive del lago, consegnare i vostri dieci minuti al tempo e ascoltare cosa ha da dirvi Il Grande Vuoto.

L’appuntamento è sabato 25 luglio, alle ore 17:00 e domenica 26 alle ore 10:00 al lago della Burida. Ci vediamo lì?


Per informazioni:

La partecipazione è gratuita, con prenotazione consigliata scrivendo a biglietteria@spkteatro.com oppure via WhatsApp al 371 158 7456. Gli organizzatori consigliano abbigliamento e scarpe comode e, in alcune tappe, invitano i partecipanti a portare qualcosa da condividere durante il momento conviviale finale. Un gesto semplice che, come tutto il progetto, ricuce il filo tra memoria, territorio e comunità.

Foto in copertina: SPK Teatro