Seconda solo alla Zanussi, la Savio è per antonomasia uno dei fiori all’occhiello dell’imprenditoria pordenonese. La sua storia è quella di una vicenda industriale simbolo della nascita e crescita di un territorio produttivo che ha visto negli anni del boom economico la sua più fiorente stagione con ricadute positive per tutto il territorio.

Nel 1911, in un capannone senza pretese di via Torricella a Pordenone, apriva i battenti una piccola officina meccanica. A fondarla fu Marcello Savio, figlio di Rambaldo, tipografo. L’officina si occupava di un po’ di tutto, come spesso accade nelle imprese che nascono prima come necessità che come strategia: si riparavano caldaie, turbine idrauliche, torchi per l’uva, macchine da stampa, dinamo trifase. I clienti arrivavano dai cotonifici, dalle cartiere, dalle ceramiche e dalla Società elettrica pordenonese.

Nel 1917, con Caporetto, la famiglia Savio fu costretta a fuggire trovando al ritorno l’officina svuotata. I macchinari erano stati requisiti dai tedeschi e la tipografia trasformata in strumento di propaganda bellica. Bisognava ricominciare. Marcello si trasferì in via Molinari e riprese l’attività, tra alti e bassi, attraversando crisi profonde. Il punto più basso arrivò nel 1931: due operai soltanto, oltre ai figli Rambaldo e Luciano. Uno si occupava di riparazioni di automobili e camion, l’altro manteneva i contatti con il mondo tessile. Paradossalmente, a salvare l’azienda fu la Seconda guerra mondiale, attraverso commesse per la produzione di gassogeni.

Con la morte di Rambaldo nel 1940 e poi di Marcello nel 1945, il peso dell’azienda ricadde interamente su Luciano Savio. Era l’inizio della svolta: Luciano non voleva più limitarsi a riparare macchine: voleva pensarle, progettarle, costruirle e venderle.

Servivano idee chiare, velocità, qualità e soprattutto personale. Il problema era che Pordenone non abbondava di tecnici. La città aveva una solida tradizione scolastico-umanistica, ma poche strutture per la formazione industriale. Savio lo capì prima di molti altri: senza competenze non c’è innovazione. Andò a cercare giovani promettenti nelle scuole serali di disegno e commercio, le uniche disponibili, e li portò in fabbrica. Nel 1952, insieme a Lino Zanussi, sostenne la nascita dell’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato (l’attuale I.S.I.S. “Zanussi”).

Questa attenzione per le persone non era filantropia di facciata. Savio credeva nel capitalismo come motore di ricchezza, ma sapeva che da solo non bastava. Aveva lavorato in officina, conosceva la fatica e sapeva che il collante di un’azienda è il rapporto umano. Nacque così il FAS, un fondo di assistenza che rafforzò il senso di appartenenza dei lavoratori. Le retribuzioni e gli orari erano quelli contrattuali, nulla di rivoluzionario sulla carta. Eppure in fabbrica si respirava un clima diverso, fatto di dialogo e corresponsabilità. Anche quando, negli anni Sessanta, arrivarono i sindacati e non mancarono tensioni, il modello Savio rimase un’anomalia positiva.

Luciano accentrava molte responsabilità su di sé: presidente, direttore generale, commerciale, tecnico, ricercatore. Un accentratore atipico, però, perché intorno a lui cresceva una rete di capi reparto e operai specializzati di grande autonomia. Al punto che, negli anni di massimo sviluppo, aiutò molti dipendenti a mettersi in proprio, creando un indotto industriale che arrivò a coinvolgere centinaia di addetti.

Nel 1947 uscì sul mercato la prima accoppiatrice binatrice BS, seguita dalla CL/C. L’azienda cambiò nome: nacquero le Officine Savio. Nel 1952 il trasferimento nel nuovo stabilimento di via Udine sancì l’inizio della grande stagione dello sviluppo. La Savio diventò un punto di riferimento mondiale per le macchine tessili. Negli anni Sessanta si registrò una forte crescita dimensionale dell’azienda, la quale esportava in più di cinquanta paesi e dava lavoro a oltre 2.000 dipendenti. Nel 1968, Luciano venne insignito del titolo di Cavaliere del Lavoro.

Gli anni Settanta portarono però nuove tempeste. Il passaggio al gruppo finanziario Egam e poi all’ENI coincise con difficoltà strutturali: capitalizzazione insufficiente, conflittualità sindacale, concorrenza internazionale, crisi economiche. Savio, con lucidità non comune, analizzò pubblicamente questi problemi, invocando un nuovo equilibrio tra diritti e doveri, tra crescita e sostenibilità. Le sue parole, a rileggerle oggi, suonano meno datate di quanto ci si aspetterebbe.

Dopo anni difficili, la storia non finisce in dissolvenza. Negli anni Novanta la Savio passa a un management privato che rilancia l’azienda, apre joint venture in Cina e India e punta sull’elettronica avanzata. Nel 1999 nasce la roccatrice ORION, una macchina che segna un salto tecnologico epocale per l’azienda. Scomparso Luciano Savio nel 2001, più recentemente, con il Gruppo Radici prima e Itema poi, la Savio rimane protagonista alle grandi fiere internazionali mantenendo salda la sua tradizione attraverso prodotti all’avanguardia.


Per approfondire:

  • Gruppo Anziani del Lavoro “M. Savio” (a cura di), Savio. Uomini per l’industria, Pordenone, GEAP, 1993.
  • Giuseppe Griffoni, Viaggio nella memoria. Pordenone fra cronaca e storia. 1943-2000, Edizioni Propordenone, Pordenone, 2005.
  • Sergio Chiarotto, Luciano Savio, un uomo. Racconto di una vita, testi e testimonianze, suggestioni poetiche, Associazione Aldo Modolo, Pordenone, 2013.