Quando si parla della persecuzione degli ebrei in Italia, si tende spesso a collocarla altrove: nelle grandi città, nei luoghi simbolo dello sterminio, nei campi dal nome ormai inciso nella memoria collettiva. Pordenone e la Destra Tagliamento sembrano restarne ai margini. E invece ne furono pienamente coinvolte, non come semplici comparse, ma come spazi concreti della repressione, dell’arresto, della delazione e, talvolta, della salvezza.
Alla vigilia delle leggi razziali del 1938 la presenza ebraica a Pordenone era ridotta a tre sole persone: una maestra elementare, un professore di matematica e fisica, un giovane medico polacco tirocinante presso l’ospedale civile. Tre vite ordinarie, perfettamente inserite nel tessuto cittadino. Proprio per questo la violenza che si abbatté su di loro fu tanto più rivelatrice: non colpiva un “corpo estraneo”, ma cittadini riconosciuti come tali fino al giorno prima.
L’espulsione dalle scuole, l’allontanamento dal lavoro, la cancellazione civile furono rapide. Parte della stampa locale si adeguò senza esitazioni. Il settimanale diocesano Il Popolo arrivò a commentare la rimozione dei tre ebrei come una sorta di “espiazione”, suscitando sdegno e dolore in chi ancora conservava un senso morale vigile. La protesta di Emilia Frison Croce, presidente delle donne di Azione cattolica, costrinse il giornale a una goffa marcia indietro, definendo l’articolo un “refuso”. Una prova che il consenso non era totale, ma il dissenso faticava a emergere. I tre non vennero comunque reintegrati.
Dopo l’8 settembre 1943, la situazione precipitò. Pordenone e la Destra Tagliamento vennero incluse nell’Adriatisches Küstenland, la zona d’operazioni del Litorale Adriatico, sottoposta al diretto controllo tedesco. Qui la repressione fu immediata e feroce. Le strutture italiane – carabinieri, amministrazioni locali, apparati fascisti – collaborarono in modo decisivo con la polizia di sicurezza del Reich.
Dal luglio al dicembre del 1944 le carceri di Pordenone divennero un luogo di transito fondamentale della repressione. I prigionieri affluivano in massa: partigiani, antifascisti, civili catturati durante i rastrellamenti o arrestati singolarmente a seguito di delazioni. Lo storico Flavio Fabbroni segnala per quel periodo la detenzione di almeno 1.421 persone. Molti vennero trasferiti a Udine; non pochi finirono poi in Germania, nei campi di concentramento e di sterminio.
Anche gli ebrei, pochi ma attentamente ricercati, passarono da quelle celle. Nel dicembre 1944 risulta detenuta nelle carceri pordenonesi Silvana Levi, nata a Trieste nel 1916. Era stata arrestata a Vivaro il 7 dicembre dai carabinieri e tradotta a Pordenone, dove il 19 dicembre venne prelevata da un agente della polizia tedesca. Da quel momento, il silenzio.
Il marito, Hans Lichtenthäler, cittadino tedesco, nato a Solingen nel 1919, aveva avuto una sorte ancora più rapida e brutale: catturato a Basaldella di Vivaro da carabinieri e Gestapo, venne fucilato sul posto come partigiano. I due si erano sposati appena un mese prima, il 6 novembre 1944. L’atto di matrimonio fu prudentemente nascosto dal parroco, don Giovanni Signora, consapevole del pericolo che anche un documento poteva rappresentare.
Silvana Levi si era battezzata nel 1939, probabilmente nel tentativo di sottrarsi alle leggi razziali. Nulla servì. Il marito, non battezzato, non risulta nemmeno tra i caduti di guerra del comune di Vivaro: cancellato due volte, dalla vita e dalla memoria ufficiale.
Vicende come questa mostrano con chiarezza il ruolo centrale dei collaborazionisti, delle spie, dei delatori. Figure di ogni tipo: professionisti dell’informazione repressiva, infiltrati, partigiani catturati e spezzati dalla tortura, semplici cittadini che, per paura o opportunismo, denunciavano presenze sospette. In questo clima, la Destra Tagliamento cessò definitivamente di essere rifugio e divenne territorio di caccia.
Le retate colpirono Fanna, San Vito al Tagliamento, Prata, Casarsa, Cimolais, Polcenigo, la Valtramontina. Anziani, donne sole, malati, persone che non avevano più la forza né i mezzi per fuggire. I catturati venivano condotti a Trieste, prima al carcere del Coroneo, poi alla Risiera di San Sabba. Da lì partivano i convogli per Auschwitz, Ravensbrück, Bergen-Belsen. Alcuni non partirono mai: furono uccisi direttamente alla Risiera, luogo di tortura e morte nel cuore dell’Europa civile.
Le storie sono numerose e drammatiche. Angiola Mortara, cieca e paralizzata, venne trascinata fuori casa e caricata su un camion. Estella Steindler, moglie del pastore protestante di Pordenone, fu arrestata nonostante l’età, la salute precaria e il matrimonio con un “ariano”. Di entrambe si persero le tracce. Giovanna Bacharach, da anni residente a Polcenigo, fu prelevata il 4 aprile 1944: non tornò mai più.
Non mancarono, accanto a tutto questo, gesti di solidarietà e di coraggio. Famiglie che nascosero ebrei, professionisti che falsificarono documenti, sacerdoti che offrirono protezione, cittadini che rischiarono la vita per salvarne un’altra. Pochi, ma decisivi per chi sopravvisse. Angela Cameo, la maestra espulsa nel 1938, riuscì a salvarsi grazie a una rete di aiuti e, dopo sette anni, poté tornare al suo posto di lavoro. Il professor Marcello Morpurgo riuscì a salvarsi grazie a una rete di solidarietà fatta di famiglie, avvocati, sacerdoti, contadini, ma visse per mesi nell’angoscia costante, cambiando identità, fingendo un’origine meridionale, partecipando alle funzioni religiose per non destare sospetti. Molti non ebbero la stessa fortuna.
Nel dicembre 1945, con l’ordine generale n. 30 del Comando alleato, le leggi fasciste e razziali vennero finalmente revocate. Seguirono i reintegri, le restituzioni, le tardive riparazioni. Ma per molti era troppo tardi. Troppe persone rimasero “invano attese”, senza una tomba, senza una data, senza una spiegazione.
La fine di queste vite non può essere attribuita soltanto alla follia criminale di Hitler o alla segretezza dei meccanismi di sterminio. Fu resa possibile da uomini e donne comuni, cresciuti in un clima avvelenato da miti razzisti, false teorie scientifiche, pregiudizi religiosi sedimentati nei secoli e, soprattutto, da una progressiva abdicazione alla responsabilità morale.
Raccontare oggi questa storia calata nel contesto di Pordenone e della Destra Tagliamento significa restituire concretezza alla Shoah a partire dalla nostra realtà territoriale, sottrarla all’astrazione e ricordare che anche i luoghi “tranquilli”, anche le comunità piccole, possono diventare ingranaggi della distruzione.
La memoria non serve a coltivare colpa, ma a riconoscere i segnali, prima che sia di nuovo troppo tardi.
Per approfondire:
- Teresina Degan, Gli ebrei a Pordenone e nel Friuli occidentale, Euro 92 Editoriale, Pordenone, 2001;
- Gli ebrei nella storia del Friuli Venezia Giulia. Una vicenda di lunga durata, a cura di Miriam Davide, Pietro Ioly Zorattini, Giuntina, Firenze 2016.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.