Il mito di Trieste fu un fattore identitario per generazioni di italiani: assieme a Trento, fu simbolo di un’Italia da liberare e riunire facendovi valere un chiaro diritto nazionale.
Oggi però, non è demistificazione raccontare che prima della Prima guerra mondiale, Trieste non solo era da secoli sotto gli Asburgo, ma fu pure l’emblema del potere imperiale. La città giuliana era infatti tra le maggiori dell’Impero, nonché suo unico porto.
Cosmopolita e plurilingue, molto attenta agli affari.

Lo storico Mario Isnenghi ci spiega che, negli anni precedenti la Grande Guerra, il partito liberale-nazionale deteneva le redini della città: questo partito rappresentava la borghesia triestina, principale attrice della scena economica. Sebbene moderato, era un partito conservatore.
Isnenghi spiega anche come a questa egemonia, si contrapponevano quindi gli sloveni, i quali ammontarono a circa un terzo della cittadinanza e perseguivano a loro volta percorsi di auto-affermazione nazional-comunitaria.

Anche la Trieste di Lucio Fabi fu una città certamente contesa da delle élites: quella austro – tedesca, italiana e slovena. Tuttavia per lui, va sottolineata anche la dimensione sociale del proletariato e del sottoproletariato che agì autonomamente o ignaro rispetto ai moventi delle rispettive élites.
La storia politica della città è dunque composta dal finalismo irredentista, ma anche da moti sociali non riconducibili ad antagonismi identitari in chiave nazionale.

Allo sbarco del 03 novembre 1918, fu poi lo stesso governatore militare dei territori occupati, il generale Pettiti di Roveto, a descrivere una situazione varia e difficile da governare.
Trieste è quindi difficile da descrivere: internamente contesa, fu frutto anche di memorie antitetiche.

La sua storia è complessa anche perchè fatta di diverse speranze, alcune delle quali diventarono disillusioni a cui alcuni irredenti si sottrassero con l’espressione più drammatica: il suicidio. Come ci rammenta Isnenghi poi, a questo si aggiunge anche una deriva antislava da gran parte dell’irredentismo.

Cerchiamo dunque di scoprire meglio alcuni aspetti di questa Storia con lo studioso Roberto Todero, nato proprio a Trieste nel 1950 e residente a San Dorligo della Valle, un comune della provincia statutariamente bilingue, con una forte minoranza slovena, il cui territorio si sviluppa anche in Istria.
Todero di recente ha collaborato con Rai Storia, insieme ad altri storici e giornalisti illustri, alla creazione di un ciclo di documentari sulla Grande guerra. Numerosi poi i suoi libri.

 

Chi fu a favore del Regno d’Italia e perchè?
Era una minoranza di persone colte, vicine alle posizioni dell’Italia, ma senza pensare alla distruzione dell’Austria. Volevano un aumento di diritti.

 

Lo chiedevano perchè l’Impero asburgico operò delle discriminazioni nei confronti degli italiani?
Non vi era nessun interesse da parte dell’Impero a danneggiare la parte italiana, soprattutto quella di Trieste perchè era fedele e lavoratrice. La città rappresentava poi il primo e unico porto commerciale dell’Austria ed era collegata con il resto dell’Impero attraverso due linee ferroviarie importanti: la Transalpina e la Meridionale.

 

Quale fu dunque la politica dell’Impero austro-ungarico nei confronti dei suoi popoli?
La casa regnante era in piedi da molti secoli e aveva una sua politica di gestione: essa pretendeva che fossero tenuti tutti equiparati, senza preferenze e screzi.

 

Quale era la situazione degli sloveni a Trieste a ridosso della guerra?
Ai margini della Prima guerra mondiale, possiamo parlare di urbanizzati di terza, se non quarta, generazione. Si trattò di un processo di urbanizzazione: i primi sloveni arrivarono con le prime industrie e cantieri, i loro figli studiarono e i loro nipoti ancora di più e così arrivarono ad occupare posti di lavoro quali l’impiegato. Era normale quindi ritrovarli negli uffici pubblici, per esempio.

 

Allo scoppio della guerra, l’Impero che ruolo riservò ai cittadini di Trieste?
La popolazione di Trieste centro fu esonerata dal servizio militare. Solo nei giorni finali della guerra, le genti del litorale furono impiegati in una specie di servizio di polizia a Verona.

 

Quali furono le reazioni degli italiani nel territorio restante che invece dovettero partire come coscritti dell’esercito austro – ungarico?
Non si ebbero problemi e non ci furono grandi fenomeni di diserzione o renitenza alla leva, a parte la componente irredenta che si spostò verso il confine italiano. Riguardo ad essi non ci sono dati certi. Tolta questa componente, gli altri partirono per il fronte e per tutto il 1914 subirono delle disfatte terribili.

 

In che condizioni riversava la città di Trieste nel periodo appena antecedente alla vittoria italiana?
Il 1917 fu l’anno della fame, mentre il 1918 fu l’anno della spagnola. La guerra, poi, era in corso da quattro anni. È evidente che l’importante era che la guerra finisse.

 

Quando gli italiani soldati dell’Impero asburgico ritornarono a casa, il Regno d’Italia che trattamento riservò loro?
In realtà, il ritorno fu lento e sofferto. Chi riuscì poi a ritornare a Trieste fu fatto prigioniero: molti furono destinati al Castello di San Giusto, altri finirono pure all’Asinara. I prigionieri al tempo di guerra, invece, furono tra gli ultimi ad essere rilasciati.

 

Quale fu la situazione a Trieste a guerra finita? E come si comportò il Regno d’Italia nei confronti degli sloveni?
La situazione in città era complessa. E la componente slava non fu felice dell’arrivo dell’Italia. L’impero austro-ungarico usò infatti soldati slavi sul confine italiano, proprio perchè questi erano consapevoli di difendere casa. Infatti gli sloveni ebbero interi reggimenti e si comportarono in maniera più che egregia nella difesa del fronte isontino: difendevano casa loro, ma erano consci anche del fatto che la penetrazione italiana avrebbe portato tutti i problemi che poi infatti vi furono.
Trieste poi è una terra complicata: è un miscuglio di popoli. È complicata anche se prendiamo in considerazione solo i due popoli confinanti, cioè italiani e sloveni. L’Italia, a differenza dell’Impero, non aveva nessuna esperienza nel trattare popoli diversi.

 

Quale era la condizione della cultura, in particolare quella italiana, a Trieste sotto l’Impero?
La cultura a Trieste è stata sempre portata in palmo di mano. Sotto l’Austria erano già presenti il teatro Verdi, la statua di Verdi e numerosissime vie dedicate a poeti italiani.

 

Com’è nata la sua passione per lo studio della Prima guerra mondiale?
Mi sono appassionato alla storia austro-ungarica semplicemente perchè ho voluto conoscere “l’altro” e raccontarlo: infatti nel mio primo libro ho spiegato soprattuto i diversi perchè.
Tutti i miei parenti fecero la guerra, chi da una parte, chi per l’altra: ognuno mi raccontò il proprio punto di vista e quindi anche con uno spirito differente. Se poi mi sono dedicato allo studio del campo austro-ungarico fu solo per curiosità: fino a pochi decenni fa, la storiografia parlava solo degli italiani e dall’altra parte c’erano “gli austriaci” in quanto entità, ma non si sapeva chi fossero. Quando iniziai i miei studi, scoprii invece che gli “austriaci” erano ben undici popoli riconosciuti più altri popoli che l’Impero comprendeva. Mi si aprì un mondo. Un mondo che divenne ancora più interessante quando misi piede nei cimiteri del Carso e trovai cognomi complicati: ho iniziato da bambino e ora porto avanti il difficile compito di raccontare la storia del goriziano, delle valli dell’Isonzo, del triestino e dell’Istria quando erano territori imperiali. Si tratta di narrare in modo obiettivo i fatti di allora e la complessità di questo territorio. Non possiamo cancellare una parte di Storia che fa parte di essi. Siamo tutti assieme cittadini europei e dobbiamo raccontare la nostra Storia comune.

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