Il fascismo in cattedra: il controllo delle coscienze giovanili

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La scuola ha sempre avuto un enorme potere: formare la coscienza dei giovani. Per questo, durante il regime fascista, scuola e università sono stati due poli importanti e tenuti in stretta considerazione.

Alla fine della Grande guerra, il tasso di analfabetismo è molto alto, basti pensare che, nel 1921, il 25% dei giovani (uomini) tra i ventun anni e i ventinove non sa né leggere né scrivere. Il regime, bisognoso di formare i futuri fascisti, decide di dedicarsi all’educazione dei bambini e dei giovani, in modo da condizionarne culturalmente e ideologicamente le menti.

Nel 1923, è istituita la Riforma Gentile, costituita da un insieme di regi decreti legislativi volti alla ridefinizione dell’organizzazione e dell’articolazione dell’istruzione. L’operazione di Gentile ha lo scopo di elaborare una scuola severa e di éliteed è definita «la più fascista delle leggi». Tra i punti salienti della riforma sono da segnalare: l’obbligo scolastico fino ai quattordici anni, l’istituzione della scuola elementare dai sei ai dieci anni, l’introduzione dell’Esame di Stato e il rafforzamento dell’educazione liceale e umanistica.

L’articolazione della riforma, nelle sue sfaccettature metodologiche e didattiche, si basa, per lo studio liceale, su un apprendimento improntato allo storicismo: letteratura, storia, filosofia ed arte sono studiate come “storie di” e accorpate tra loro. La religione è re-inserita nel curricolo degli studi come disciplina obbligatoria, poiché, secondo Gentile, era il «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica» che introduceva alla religiosità dello spirito umano. Il perno della riforma gentiliana è  il Liceo Classico: riservato a pochi, di stampo aristocratico e capace di garantire l’accesso a tutte le facoltà universitarie. Gentile lo affianca al Liceo Scientifico, che ha l’obiettivo di approfondire le discipline tecnico-matematiche, ma anche evitare il sovraffollamento al Liceo Classico, che doveva essere una scuola di nicchia. L’ideologia elitaria che sorregge l’impianto gentiliano ricorda quanto espresso da Leopardi nel Dialogo di Tristano ed un amico:

L’istruzione superficiale può essere, non propriamente divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti, solo chi sia dottissimo, e fornito esso individualmente di un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere solidamente e condurre innanzi il sapere umano.

Per educare al meglio la gioventù italiana a comprendere il fascismo, non si deve porre l’attenzione solo sull’educazione liceale, fiore all’occhiello di quella cultura che poteva essere per pochi, ma anche tenere conto dell’istruzione elementare, che doveva permettere ai piccoli studenti di comprendere il fascismo e vivere a pieno il clima storico creato dalla rivoluzione fascista. Nel 1929, viene emanata la legge che introduce il Testo unico di Stato per la scuola elementare, adottato dall’anno scolastico 1930-1931. Esso si ispira ai valori del fascismo e del cattolicesimo, celebra la guerra come momento di formazione per la nuova nazione fascista, strumento di difesa e di espansione, e sottolinea l’importanza del ruolo della famiglia, dove è centrale il ruolo del padre, mentre quello della madre è relegato agli aspetti di moglie, madre e massaia. I bambini, educati attraverso questo testo, devono imparare soltanto ad obbedire al regime.

Il 5 settembre 1935, Benito Mussolini, afferma:

Ora, poiché nella scuola passano tutti gli Italiani, è necessario che essa, in tutti i suoi gradi, sia intonata a quelle che sono, oggi, le esigenze spirituali, militari ed economiche del Regime. Bisogna che la scuola, non soltanto nella forma, ma soprattutto nello spirito, che è il motore dell’universo e la forza primordiale dell’umanità, sia profondamente fascista in tutte le sue manifestazioni.

Ogni scuola d’Italia deve seguire il regime, addirittura per l’arredo, che deve constare di un crocifisso tra i ritratti del duce e del re, la bandiera, una targa in bronzo in onore del Milite Ignoto, il bollettino della Vittoria, e di strumenti utili alla didattica, come cartine geografiche, pallottolieri, illustrazioni e attrezzi ginnici. Le date importanti e i giorni di vacanza sono scanditi secondo il calendario fascista; il primo anno dell’Era fascista inizia il 28 ottobre 1922 e termina il 27 ottobre 1923. Questo sistema, parallelo al calendario gregoriano, usava numeri romani ed era obbligatorio in tutti gli atti ufficiali. 

Nel 1937, il controllo dell’istruzione dipende direttamente dal Partito Nazionale Fascista: la scuola viene fascistizzata integralmente. I docenti devono giurare fedeltà al regime (1931), i testi scolastici sono regolati dalla censura e le organizzazioni giovanili, come la Balilla, assumono il compito di fornire un inquadramento militare ai giovani. Fondamentale è il ruolo dello sport, considerato un mezzo di educazione e propaganda.

Con la guerra d’Etiopia, e la promulgazione delle leggi per la difesa della razza del 1938, il fascismo intensifica la propaganda nelle scuole, mettendo in campo le teorie relative alla superiorità della razza ariana nei confronti delle popolazioni dell’AOI e degli ebrei. 

A Venezia, l’applicazione delle leggi razziali emerge in alcune scuole, come il Liceo G.B Benedetti e il Liceo M. Foscarini. 

Nell’archivio del Liceo G.B Benedetti ci sono diversi documenti che rimandano all’applicazione di questo provvedimento ignominioso. Nonostante la presenza di un preside tacitamente antifascista, i documenti ufficiali mostrano la piena adesione della scuola alle scelte del regime. Tutti gli insegnanti e gli studenti erano iscritti al partito fascista e le lezioni risentivano delle regole del regime. Dalle circolari del Provveditore, si evincono le conseguenze delle leggi razziali, come l’elenco degli obiettivi e degli impegni che la scuola doveva raggiungere per formare una coscienza razziale, o, per valutare casi specifici, come la richiesta di aiuti economici da parte di studenti ebrei, che doveva essere valutata secondo la mentalità razzista dell’Era.

Le stesse procedure sono state applicate presso il Liceo M. Foscarini, che però presenta un vuoto archivistico: non sono più presenti tracce dirette attestanti l’espulsione per motivi razziali di «alunni di razza mista e di religione ebraica». Tuttavia, secondo le attestazioni del registro di Protocollo delle circolari, nel novembre del 1938, sono stati espulsi dalla scuola quattro alunni di razza ebraica. Dei quattro studenti costretti a lasciare il Liceo Foscarini, uno di essi, Ugo Sereni (1925-1945), morì probabilmente nel campo di sterminio di Ravensbruck.

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