Sulla riva del Noncello, dove l’acqua ha scandito per secoli la vita della città, sorge la Santissima Trinità, uno dei monumenti più significativi di Pordenone. Tempio-sacrario dedicato ai caduti e ai dispersi in guerra, custodisce uno dei più importanti cicli pittorici rinascimentali della città e continua a essere luogo di culto, di memoria e di interesse storico-artistico. Le sue forme cinquecentesche, gli affreschi, le testimonianze della confraternita e il legame con il fiume ne fanno un autentico simbolo dell’identità pordenonese, capace di raccontare quasi cinque secoli di storia.
La storia della chiesetta affonda le radici nei primi decenni del XVI secolo. A progettarla fu Pre’ Ippolito Marone, sacerdote, notaio e architetto pordenonese, che ne disegnò la caratteristica pianta ottagonale e il campanile. Un’iscrizione dipinta del 1555 testimonia che fu lui a volere la decorazione della cappella destra, opera di Pomponio Amalteo. Se la decorazione di sinistra è attribuita a Gerolamo del Zocco, allievo del Pordenone, la pala dell’altare maggiore, raffigurante la Santissima Trinità, fu realizzata dal pittore pordenonese Gaspare Narvesa, allievo del Tiziano. L’opera venne completata e collocata solo nel 1611, con il contributo del Consiglio cittadino.
Nel corso dei secoli gli altari subirono varie modifiche: quello ligneo dell’altare maggiore fu trasferito nel 1958 alla chiesa di Borgomeduna; altri altari laterali, in marmo o legno, furono rimossi per consentire il restauro degli affreschi. Una tela raffigurante l’Estasi di San Francesco d’Assisi, attribuita al Narvesa, venne collocata presso la porta laterale sinistra.
Gli affreschi cinquecenteschi, in parte coperti da imbiancature successive, sono stati recuperati durante i restauri del XX secolo. Anche il fregio che corre lungo le pareti della navata e del coro è stato ricostruito seguendo il disegno originario. Un graffito datato 27 marzo 1572, ancora visibile dietro l’altare, ricorda la costruzione della sacrestia, offrendo un’ulteriore traccia della vita del tempietto nel XVI secolo.
La chiesetta fu sede della Confraternita della Santissima Trinità, detta di cappa rossa per il colore delle vesti dei confratelli. Era una delle più importanti di Pordenone, seconda solo a quella dei Battuti. Tra le iniziative più note della confraternita spicca il pellegrinaggio del 1750 a Roma, in occasione dell’Anno Santo. Dodici pordenonesi, accompagnati dal cappellano don Valerio Muzolo, partirono via mare fino ad Ancona e poi proseguirono a piedi verso la Città Eterna, dove furono accolti con grande onore dalla confraternita romana. Con la fine della Serenissima la confraternita fu soppressa e i suoi beni confiscati.
Fino alla fine dell’Ottocento la chiesetta possedeva un porticato con un locale soprastante, sede delle riunioni dei confratelli. Nel 1882, dopo il crollo di parte del cornicione, si decise di demolire la struttura aggiunta, restituendo alla chiesetta la sua originaria eleganza e la piena armonia con il campanile slanciato.
Per lungo tempo la chiesetta ha sofferto il logorio degli agenti naturali: le piene del Noncello, che periodicamente invadevano l’area, e i danni provocati dalle incursioni aeree dell’ultima guerra mondiale. A metà Novecento la struttura versava in condizioni precarie, nonostante il suo valore storico e artistico fosse ben noto ai cittadini.
Fu grazie all’iniziativa delle associazioni Combattenti, Famiglie dei Caduti, Reduci ed ex Internati, insieme al Comune di Pordenone, che si decise di salvarla. Il Genio Civile, su incarico della Soprintendenza, consolidò le murature e ricostruì il tetto. All’interno, la rimozione dell’intonaco riportò alla luce affreschi antichi, poi restaurati con pazienza, mentre vennero ricostruiti gli altari originari e rinnovato l’arredo.
Il 24 maggio 1961 la chiesetta venne solennemente riaperta al culto, come tempio-sacrario votivo dedicato ai pordenonesi caduti e dispersi in guerra. Una lapide interna e un marmo sulla facciata ricordano ancora oggi questa destinazione commemorativa.
Dopo la riapertura del 1961, la Santissima ha continuato a essere oggetto di costanti attenzioni. La particolare posizione lungo il Noncello, se da un lato ne accresce il fascino, dall’altro ha reso necessari periodici interventi di conservazione per contrastare gli effetti dell’umidità e delle ricorrenti piene del fiume. Nuovi restauri sono stati eseguiti nel 1976, tra il 2002 e il 2006 e, più recentemente, nel 2024, quando sono state recuperate le superfici decorate della fascia inferiore dell’edificio, consolidate le murature e migliorate le condizioni di conservazione degli affreschi cinquecenteschi. In occasione di questi interventi è stata inoltre confermata la scelta di custodire la preziosa pala di Narvesa presso il Museo Civico d’Arte, dove è meglio protetta e conservata.
Per approfondire:
- Andrea Benedetti, Alcune notizie sulla chiesetta della Santissima, in “Il Noncello”, 17 (1961), pp. 28-32.
- Antonio Giacinto, Le parrocchie della diocesi di Concordia-Pordenone. Brevi note di storia e d’arte, Pordenone, Libreria San Paolo, 1977.

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