È più probabile morire avvelenati dai pasti immangiabili che vi servono in aereo, piuttosto che in un dirottamento terroristico – il pericolo percepito differisce molto dal pericolo reale. Non è un segreto che le forze che governano l’opinione pubblica raramente si affidano alla pura razionalità; i novanta secondi di un servizio al telegiornale possono avere un impatto drammatico sui sonni tranquilli dei telespettatori. Per quanto fondamentale, il ruolo dell’informazione nella lotta al terrorismo può rivelarsi spesso per questo motivo un’arma a doppio taglio; di questo argomento si è parlato alla XIII edizione del “Premio Luchetta” a Trieste insieme ad Antonio di Bella, direttore di Rai News, e lo storico inviato di guerra della Rai Franco di Mare.

Il terrorismo islamico ha senza dubbio conquistato negli ultimi tempi un posto d’onore tra i grandi pericoli dell’occidente. Il concetto di mujahidin, il combattente dell’islam, si è imposto alla nostra attenzione già durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan negli anni ottanta; da allora si è passati a varie connotazioni più o meno radicali, fino ad arrivare al moderno concetto di terrorismo islamico, che ha fatto della lotta all’Occidente la propria ragion d’essere. È una battaglia che l’informazione occidentale deve documentare sempre e ad ogni costo? O forse ogni tanto è meglio lasciare certe cose nell’ombra, per evitare un allarmismo totalmente irrazionale che non può che danneggiare il senso critico comune?

Dopo l’11 settembre Franco di Mare era in Afghanistan, inviato a documentare l’invasione americana contro il regime talebano, al potere a Kabul dal 1996: quando si è trovato davanti a un gruppo di talebani che lo incoraggiavano a documentare le loro manifestazioni contro l’ingerenza occidentale, ha dovuto fare i conti con una realtà insostenibile. Seguendo il proprio codice etico, un giornalista si costringe a raccontare tutto ciò che sta succedendo, servendo il sacro fuoco di un costante anelito se non alla verità, alla necessità di conoscere e far conoscere. Ma è un gioco pericoloso, un gioco che rischia di favorire gli interessi delle parti in gioco. Che fare? Che posizione prendere?

Un tema di questa portata non può e non deve essere liquidato con una rigida presa di posizione, né puramente etica né puramente realista. Non si può non notare l’atteggiamento sempre più scettico dell’opinione pubblica nei confronti del giornalismo: la quantità di informazioni a cui siamo sottoposti può disorientare, ma è importante non lasciarsi prendere dal complottismo. È importante riconoscere il lavoro degli operatori dell’informazione, non liquidandoli a meri “strumenti del potere”, senza in questo modo idealizzare il loro lavoro. Come in ogni cosa la morale è una sola: in medio stat virtus; la verità non sta mai da una parte sola.

“Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore”.
Indro Montanelli

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