Tra i molti incontri che hanno animato la Dissensio Arena di Pordenonelegge, uno dei più intensi e carichi di suggestioni è stato quello con Kader Abdolah, scrittore iraniano e rifugiato politico nei Paesi Bassi dal 1988 e autore del nuovo romanzo Parla Zarathustra. A dialogare con lui è stata Ilaria Maria Sotis, vice direttrice di Rai Radio3, in una conversazione che ha intrecciato letteratura, autobiografia, filosofia e riflessione sul significato profondo della migrazione.
Sin dalle prime battute è apparso chiaro come il nuovo libro rappresenti molto più di una semplice ricostruzione romanzesca della figura del profeta persiano. Abdolah ha spiegato che il lettore, fino all’ultima pagina, ha quasi l’impressione di camminare accanto a Zarathustra, condividendone il viaggio. Un racconto che si muove tra storia, mito e leggenda, in un mondo fiabesco che diventa anche uno spazio di incontro e comunità. «Zarathustra cerca te e cerca noi», ha sintetizzato lo scrittore.
Proprio il tema del viaggio ha condotto la discussione su uno degli argomenti più cari ad Abdolah: la migrazione. Con grande sincerità, l’autore ha raccontato di non aver mai desiderato lasciare l’Iran. Discendente di un noto poeta persiano e figlio di un padre sordomuto, aveva sempre immaginato per sé un futuro da scrittore nella propria lingua e nel proprio Paese. Costretto alla fuga per ragioni politiche, trovò rifugio nei Paesi Bassi, dove iniziò una nuova vita e una nuova avventura letteraria scrivendo in quella che definisce «la lingua della libertà». Abdolah ha sottolineato come il suo pseudonimo (il suo vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani) sia legato al ricordo di due amici uccisi in Iran.
Da questa esperienza personale nasce una riflessione profonda sull’identità. Secondo Abdolah, restare chiusi nel proprio villaggio, nella propria cultura o nel proprio mondo significa spesso non avere l’opportunità di conoscere davvero se stessi. La migrazione, pur dolorosa, può trasformarsi in una straordinaria occasione di scoperta interiore. Solo nel confronto con l’altro, ha spiegato, comprendiamo il nostro valore e possiamo entrare in contatto con quell’“oro” che ciascuno custodisce dentro di sé.
L’esilio, tuttavia, porta con sé anche la nostalgia. Lo scrittore ha raccontato il dolore di chi non può tornare a casa e la ricerca di percorsi simbolici per ritrovare le proprie radici. Da qui sono nate alcune delle sue opere più importanti. Scrivere La casa della moschea, dedicare un libro al padre, tradurre il Corano in olandese, confrontarsi con le Mille e una notte e con i testi di Rumi sono stati, per lui, modi diversi di compiere un viaggio di ritorno verso la propria origine culturale.
In questo contesto si inserisce anche Parla Zarathustra. La figura di Zarathustra, infatti, non viene presentata soltanto come un profeta dell’antica Persia, ma come un simbolo universale della ricerca di senso.
Lo scrittore ha ricordato un insegnamento che ogni bambino persiano conosce: «Buoni pensieri, buone parole, buone azioni». È questa, secondo lui, una delle eredità più vive dello zoroastrismo. Nel romanzo, Zarathustra emerge come il primo uomo che si interroga in modo radicale sul significato della vita e sulla felicità umana. Non un conquistatore, ma qualcuno che desidera portare benessere agli altri.
Nel corso dell’incontro Abdolah ha attraversato anche la storia delle antiche migrazioni dei popoli indoeuropei, evocando un passato remoto in cui uomini e donne si spostarono dalle regioni dell’Asia centrale verso l’Europa, la Persia e l’India, portando con sé culture, racconti e credenze. È un’immagine che lo affascina perché mostra come gli spostamenti abbiano sempre generato nuove possibilità di conoscenza e trasformazione.
Particolarmente significativa è stata la riflessione finale sulla felicità. Dopo aver ripercorso le risposte offerte dalle grandi religioni, Abdolah ha condiviso la propria convinzione: la felicità nasce quando una persona riesce a diventare davvero se stessa. Per farlo occorre ascoltare il proprio cuore, riconoscere il talento nascosto dentro di sé e coltivarlo.
Rispondendo a una domanda sul lungo isolamento di Zarathustra sulla montagna, accompagnato soltanto da un’aquila e da una serpe, lo scrittore ha offerto una risposta autobiografica. Come il profeta trascorse dieci anni nella solitudine prima di decidere di condividere il proprio sapere, anche lui si è sentito a lungo appartato nella sua nuova vita olandese. Poi ha compreso che era giunto il momento di condividere il proprio «miele» con il mondo.
È forse questa l’immagine più bella lasciata dall’incontro: quella di uno scrittore che, dopo l’esilio, la nostalgia e la ricerca di sé, continua a raccontare storie per offrire agli altri il frutto della propria esperienza. E alla domanda se speri un giorno di portare quel miele anche in Iran, Abdolah ha risposto con semplicità e emozione: «I hope so».
Nato a Pordenone il 5 gennaio 2006, mi sono diplomato al liceo scientifico Michelangelo Grigoletti. Da una profonda passione per la matematica e la fisica mi sono gradualmente rivolto verso il mondo classico e la linguistica antica, accompagnati da una forte attrazione per la pittura e l’arte in tutte le sue forme. Ora studio lettere antiche presso la Scuola Galileiana di Studi Superiori a Padova. Mi definisco un liberale europeista e penso che questa commistione di passioni, prospettive e valori possa costituire la mia guida per un’autentica e fertile valorizzazione della storia e della cultura del Pordenonese.