Francesca Scotti è scrittrice, revisore di traduzione e da anni tiene corsi di formazione per insegnanti e operatori culturali. Matteo Ganciotti è professore associato di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Padova. Vanta diverse pubblicazioni sul Novecento italiano ed è uno dei massimi esperti dell’opera di Andrea Zanzotto, oltre ad aver recentemente dato alle stampe un libro di educazione letteraria pensato per gli studenti della scuola primaria (le vecchie elementari, per chi non fosse più legato al mondo della scuola).
Due menti legate al mondo dell’apprendimento, assieme per parlare di uno dei più grandi problemi che affliggono l’educazione degli studenti, in questo caso fino ai 10 anni d’età: la paura.
«Certo, stiamo parlando di bambini ancora piccoli, bisogna stare attenti a non spaventarli», direte. E invece no: non stiamo parlando della paura che i bambini provano, ma della paura degli adulti di… fare troppa paura ai bambini. Di parlargli di cose troppo spaventose, troppo impegnative, troppo complicate per essere comprese dalle loro dolci e candide menti.
Ma se ci sbagliassimo? Se stessimo solo evitando ai bambini qualcosa con cui prima o poi inevitabilmente dovranno fare i conti?
Ora, sia chiaro: nessuno vuole che un bambino sia esposto di punto in bianco ai problemi, ai mali e ai mostri generati dalla nostra società (e non), però una riflessione è doverosa.
Da almeno un paio di decenni, se non di più, nella letteratura per l’infanzia e nei testi pensati per la scuola è in atto un’evidente scomparsa dei contenuti più scomodi, difficili da trattare, spaventosi. Una rimozione quasi sfrontata della paura, dietro alla quale si celano altre criticità.
Semplificando molto il lavoro di un secolo e mezzo di psicologia, si può affermare che molto spesso la paura vada a braccetto con la non conoscenza: basti pensare alla paura del buio, forse la forma di paura più immediata e infantile che ci viene in mente, ossia il timore di qualcosa che non vediamo e che quindi difficilmente possiamo conoscere. Qualcosa che ci risulta difficile da comprendere, perché complicato, oltre la nostra capacità di interpretazione e perciò causa di trauma, disagio, spavento.
Eppure lo spavento, il disagio, il trauma sono episodi della vita destinati a capitare a tutti. E mica solo una volta, anzi: si tratta di elementi che bisogna imparare ad affrontare. Di piccole e grandi sfide da raccogliere e superare.
Si dovrebbe quindi pensare di educare i bambini alla paura. A piccole e adeguate dosi, certo. L’educazione alla paura andrebbe però vista come parte fondamentale di un’educazione all’emotività e all’affettività di cui si va tanto parlando ultimamente negli ambienti scolastici. Un modo per rendere le persone meno fragili e abituarle ad affrontare situazioni complesse: e cosa c’è di più complesso che cercare di capire una nuova emozione?
In alcune culture, come quella giapponese, è presente una letteratura horror pensata e destinata specificamente ai bambini, per farli avvicinare alla paura mettendoli a confronto con elementi shock delle loro usanze e tradizioni. Oppure, per rimanere in Italia, basterebbe pensare a certi testi di autori anche importanti (Moravia, su tutti, ma anche le versioni integrali di fiabe come Pinocchio) che anni fa venivano proposti con nonchalance ai bambini, cosa oggi impensabile.
Insegnanti e genitori spesso temono infatti di sottoporre i bambini a questioni troppo difficili, sottovalutando la complessità della psiche infantile e l’ineffabile curiosità che guida ogni fanciullo. Statene certi: appena ne avrà la possibilità, ogni bambino si avventerà su qualcosa di proibito. Basta ascoltare il fratello maggiore mentre parla dell’ultima puntata di Squid Game con gli amici, basta un pc lasciato acceso su YouTube, con tutti i peggiori contenuti della rete a sua disposizione.
Probabilmente, allora, sarebbe meglio per gli educatori (genitori compresi) prendere per mano i bambini nel loro percorso di scoperta della paura e del mondo, proponendosi come i punti di riferimento e figure di consiglio di cui hanno tanto bisogno.
D’altronde, nel suo libro L’incanto del buio, Francesca Scotti ci parla di due bambini che nel buio, luogo ideale della paura, giocano e immaginano divertendosi come solo i bambini sanno fare. E chi sarà mai a interrompere i loro momenti spensierati? Un adulto, ovviamente. Accendendo la luce.

Nasco a Udine, vivo a Spilimbergo, Clauzetto e la Valcosa nel cuore e nelle origini. Strimpellatore di basso, corridore a tempo perso, presidente di Spilimbergomusica, membro attivo di troppe associazioni e insegnante di lingue ancora precario per lavoro e per vocazione. Ogni tanto scrivo per L’oppure cose più o meno intelligenti.