«Il mondo è tutto ciò che resta». Con questo provocatorio rovesciamento della celebre affermazione di Wittgenstein, Maurizio Ferraris, professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, ha presentato a Pordenonelegge il suo nuovo libro, in uscita il 16 ottobre per il Mulino, dialogando con Luca Taddio all’Auditorium della Regione Friuli Venezia Giulia.

Il volume, ha spiegato il filosofo torinese, rappresenta al tempo stesso il punto d’arrivo di una lunga riflessione e l’apertura di un nuovo percorso teorico. Il titolo richiama infatti il celebre incipit del Tractatus, «Il mondo è tutto ciò che accade», ma ne capovolge il significato. Secondo Ferraris, ciò che conta non è il semplice accadere degli eventi, bensì la loro permanenza. Un fatto istantaneo non basta a costituire il mondo: ciò che dà consistenza alla realtà è la durata, la capacità di lasciare tracce e produrre conseguenze.

Per chiarire questa idea, Ferraris ha richiamato un esempio di Husserl sull’origine della geometria. Se il primo geometra non avesse trasmesso o scritto il proprio teorema, la disciplina non sarebbe mai esistita. L’Essere, dunque, non precede il durare: è piuttosto il risultato della sua persistenza nel tempo. Da qui una tesi destinata a ridiscutere alcuni cardini della metafisica tradizionale, storicamente fondata sull’Essere come sostanza e sulla causa come principio esplicativo fondamentale.

Ferraris propone di spostare l’attenzione dalle cause agli effetti. Per farlo introduce una categoria che considera decisiva per comprendere il presente: l’isteresi. Il termine, preso dalla fisica, descrive la capacità degli effetti di sopravvivere alle cause che li hanno prodotti. È una dinamica che il filosofo vede all’opera ovunque, dalle istituzioni sociali al linguaggio, fino al mondo digitale. I dati, ha osservato, continuano a generare valore, conoscenza e potere anche dopo essere stati prodotti, e senza questa accumulazione l’intelligenza artificiale semplicemente non esisterebbe.

La riflessione si è poi spostata sul rapporto tra tecnica e umanità. Ferraris ha contestato la convinzione secondo cui la tecnologia sarebbe un elemento esterno che modifica una presunta natura umana originaria. Al contrario, la tecnica è parte costitutiva dell’essere umano fin dai primi anni. L’educazione, l’apprendimento e il linguaggio sono già tecnologie. «Un umano senza tecnologia è un animale molto debole», ha osservato, sottolineando come la tecnologia non sia qualcosa che arriva dopo, ma una condizione permanente della nostra natura.

In questa prospettiva anche il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale appare spesso deformato da paure eccessive. Ferraris non nega la portata della trasformazione in corso, ma invita a distinguere i problemi reali dagli allarmismi. L’intelligenza artificiale può modificare radicalmente il sapere, il lavoro e persino la guerra, ma continua a dipendere dall’intervento umano. Dietro ogni sistema intelligente vi sono dati prodotti dalle persone, scelte progettuali e finalità definite dagli esseri umani.

Particolare interesse ha suscitato la sua riflessione sul futuro del lavoro. La sostituzione di attività umane con strumenti e macchine non è un fenomeno nuovo: accompagna la storia della civiltà fin dai tempi dell’aratro trainato dagli animali. Oggi il processo accelera e potrebbe portare a una società in cui gran parte della produzione sarà affidata ad automi. In un simile scenario, ha sostenuto Ferraris, l’uomo diventerà sempre più il destinatario dei servizi prodotti dalle macchine.

Da questa considerazione nasce l’idea di un possibile welfare digitale. Se i dati rappresentano una ricchezza crescente, la questione non è soltanto produrli ma distribuirne il valore. Ferraris ha proposto di immaginare forme di redistribuzione pensionistica che tengano conto anche dei dati generati dai cittadini, trasformandoli in una risorsa per il benessere collettivo.

L’incontro si è concluso tornando al tema del sapere. Come Platone guardava con sospetto alla scrittura, così oggi molti temono l’intelligenza artificiale. Tuttavia, secondo Ferraris, il vero interrogativo non è come fermare queste trasformazioni, ma come comprenderle. Università, ricerca e medicina saranno inevitabilmente attraversate da cambiamenti profondi. Il compito della filosofia resta allora quello di leggere il presente e di individuare le categorie adeguate per interpretarlo.

Con Il mondo è tutto ciò che resta, Ferraris propone una filosofia della durata, delle tracce e degli effetti, offrendo una chiave di lettura originale per comprendere il rapporto tra essere umano, tecnica e futuro nell’epoca dell’intelligenza artificiale.