È il 1663 e il fisico inglese Edward Brown, membro della Royal Society of London, decide di intraprendere un lungo viaggio in Europa orientale, al fine di studiare sul campo giacimenti di oro, argento e rame. Il suo tortuoso itinerario toccherà Ungheria, Bulgaria, Macedonia, Grecia, Austria, Stiria, Carinzia, Carniola e infine Friuli, ma sarà soprattutto occasione per registrare gli usi e i costumi dei popoli incontrati e dei paesi visitati. Le sue annotazioni e il suo diario di viaggio vengono pubblicate a Londra nel 1673. Il testo che segue è la trascrizione in terza persona del racconto di Edward Brown. I toponimi e le notizie riportate sono riprese fedelmente dal testo inglese e rispettano i fatti all’epoca noti e dati per certi dal fisico. Non ci resta che seguire il suo percorso, cercando di calarci nel Friuli del ‘600.

Dopo aver lasciato Idria e le sue miniere di mercurio, il fisico inglese raggiunge Gorizia o Noreja. Non si trattiene in città e ne precisa il perché: il conte avrebbe da poco subito minacce da un pari rango e una nutrita guarnigione si ammassa dentro il castello e le mura cittadine. Durante la notte la pianura a Sud-Ovest della città si riempie di lucciole, che gettano una fioca luce sul cammino da compiere: il fisico inglese ne è davvero stupito. Non manca di menzionare brevemente il dialetto friulano, per lui incomprensibile, riportandone anche un esempio, l’incipit del Padre Nostro: Pari Nestri ch’ ees in Cijl See Santificaat tuto nom.

Dopo aver superato il fiume Lisonzo o Sontius, il Edward raggiunge Palmanova, nella cui descrizione si sofferma a lungo: ‘one of the noblest fortification not only in Europe, but in the World’. La città segna il confine tra i territori imperiali e il dominio della Serenissima ed è la più grande fortificazione che Edward abbia mai visto: nove bastioni, ognuno dei quali porta il nome di un nobile veneziano; per ciascun bastione una guarnigione guidata due cavalieri; un terrapieno più alto delle mura stesse; un fossato profondo dodici piedi e largo trenta. Quest’ultimo, come accade anche a Vienna, è mantenuto vuoto, per rendere la città più salubre ed evitare la diffusione di malattie legate all’acqua stagnante. Grande meraviglia suscita il ponte levatoio, opera mirabile di ingegneria, azionabile in tempi rapidi e col minimo sforzo. I veneziani hanno inoltre scavato un canale navigabile che collega la città al mare e permette il rifornimento costante di Palmanova. Edward non esita a definire la fortezza inespugnabile: posta a difesa del confine più delicato, da dove spesso nel corso dei secoli popoli invasori sono calati in Italia, Palmanova non cederà all’assalto dei Turchi, anche se questi dovessero avere la meglio dell’Imperatore.

Lasciatosi Palmanova alle spalle, Edward si reca a Marano S. Vito, un porto sull’Adriatico, che deve il nome al santo ivi sepolto. Da qui si imbarca in una felluca che sosta prima a Porto di Tajamento e poi a Cahorle, luogo di pellegrinaggio e devozione mariana, per via di un miracoloso Santuario dedicato alla Vergine e posto a fronteggiare il Mare Adriatico, senza mai esserne stato inondato. Passando per Livenza, Opitergium e Porto di Piave, Edward arriva a Venezia, in grave tumulto per la guerra che da anni ormai imperversa nell’isola di Candia. Da qui riparte per la Marca Trevigiana, visita Belluno e Feltre, Conglian e Sacillum. Quest’ultima in particolare è definita ‘il giardino della Repubblica’, un piacevole paese, in passato sede vescovile sotto il patriarcato di Aquileia.

Il resoconto prosegue ora più rapidamente. Edward attraversa il fiume Livenza e arriva a Spilimbergo, dove ha occasione di osservare La Brentella, un canale artificiale lungo 16 miglia realizzato dai Veneziani per trasportare più agilmente il legname dalle Alpi Carniche alle isole di Murano e Burano, dove viene utilizzato per la produzione di vetro. Il fisico si avvia ormai a far ritorno in Carinzia e, attraversato il Tagliamento, raggiunge un alto passo montano, la Rejuta o La Chiusa, sotto controllo veneziano, e da qui scollina verso Pontebba, l’esatto confine tra i domini veneziani e quelli imperiali, in corrispondenza del fiume Fella.

Quest’ultimo divide Pontebba in due parti, ognuna afferente ad una nazionalità diversa. Edward sottolinea in maniera ironica e peculiare le marcate differenze tra i due popoli: da una parte gli italiani, con le loro grandi stanze vuote, le grandi finestre e le reti del letto in ferro; dall’altra i tedeschi, con i loro letti a castello e tutti gli spazi ben riempiti. Il ponte stesso è fatto per la metà italiana in pietra e per la metà tedesca del miglior legno. L’ultima nota è riservata alle numerose Cascata’s in cui il fisico si è imbattuto tra Venzone e Pontebba. Da qui raggiunge Tarvisio, poi Villaco e di nuovo la Carinzia.

Il racconto del fisico inglese Edward Brown è solo uno dei tanti resoconti di viaggio pubblicati in Europa tra ‘600 e ‘700. Queste preziose testimonianze non solo ci riportano indietro nel tempo, facendoci a volte sorridere, ma soprattutto ci parlano di una realtà europea ante litteram, fatta di scambi commerciali e culturali, viaggi ed esplorazioni, ‘guide turistiche’ e racconti romanzati, insomma un continente interconnesso, in cui anche i comuni e la lingua friulana potevano trovarsi menzionati a Londra.

Fonte:

Edward Brown, A brief account of some travels in Hungaria, Servia, Bulgaria, Macedonia, Thessaly, Austria, Styria, Carinthia, Carniola, and Friuli as also some observations on the gold, silver, copper, quick-silver mines, baths and mineral waters in those parts : with the figures of some habits and remarkable places (London, 1673)

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