L’Epifania nel Pordenonese è stata per secoli un piccolo teatro all’aria aperta, un rito collettivo in cui sacro e profano si rincorrevano come due bambini troppo vivaci per stare composti. Chi oggi vede un falò benigno e organizzato da un gruppo di famiglie non immagina l’orgoglio quasi agonistico con cui un tempo le borgate preparavano il proprio. Come oggi, c’erano fiamme che toccavano il cielo e pali centrali così alti da sembrare sfide verticali alla gravità. Gli spini per alimentare il fuoco si raccoglievano durante l’anno e si tenevano da parte come un tesoro di ramaglie. Era un’epica domestica, fatta di sterpi, paglia e granoturco, e di quella creatività rustica che oggi farebbe invidia a qualsiasi scenografo.

Il falò aveva un nome che cambiava a seconda della localitàfaloc, falòp, capòn-ca-vin, pan e vin—e già questo mosaico linguistico racconta una tradizione viva, mobile, capace di reinventarsi da casa a casa. Al vertice del palo, saldo nella terra come un guardiano, compariva una croce oppure la “veciàta”, una figura che ricordava la vecchia invernale destinata a bruciare per lasciare spazio alla stagione nuova. Da Vallenoncello a Rorai Grande, ogni paese gestiva il proprio fuoco con piccole regole locali: qui la croce doveva guardare la chiesa, là i falò erano addirittura due, uno per la benedizione e uno per la festa vera e propria, con canti, vino e pinsa, quel dolce rustico che profuma di cenere buona e serate gelide.

La cerimonia seguiva una sorta di coreografia familiare: il più anziano benediceva, il più giovane accendeva. L’uno reggeva il rosario, l’altro la torcia. Poi si cantavano le Litanie, ma via via che il fuoco prendeva vigore, le preghiere lasciavano spazio ai cori delle filastrocche rituali: litanie popolari, un po’ agricole e un po’ magiche, che chiedevano biave abbondanti, figlie belle, salame generoso, tabacco per i vecchi, conigli per la pentola e pace per tutti. I ritornelli “pan e vin” diventavano un richiamo collettivo, un ritornare alle cose semplici e necessarie, quasi una poesia gastronomica che benediceva i raccolti con un sorriso.

La direzione del fumo era un oracolo contadino: se andava verso la pianura prometteva un buon raccolto; se puntava alla montagna, annunciava abbondanza. Le filastrocche accompagnavano: Se el fun el va in Celina – ciapa el sac e va a farina; Se el fun el va a marina – ciol su el sac e va a farina – se el fun va in montagna – sarà un ano de cucagna;

Attorno al falò si correva, si girava con mannelle accese, si gridavano auguri per amici e conoscenti, si improvvisavano rime e benedizioni personalizzate, come un vivace “social network” ante litteram, solo più caldo e certamente più aromatico. I bambini approfittavano dei tizzoni per saltare sulle braci e cuocere patate o pinsa avvolta nella verza.

La cena della vigilia era un omaggio alla polenta — regina inamovibile della tavola friulana — accompagnata da salame crudo o cotto, salsiccia, tocio, o quel “talpin de porsel” che richiama sapori antichi. Di solito se ne lasciava una porzione per chi, il mattino seguente, doveva accudire il bestiame prima dell’alba.

L’acqua, la mela, il sale, l’aglio e la cipolla benedetti la sera del 5 gennaio erano i piccoli amuleti domestici dell’anno nuovo. L’acqua purificava le stanze e il pollame, il sale insaporiva la polenta e finiva persino nel pastone delle mucche, l’aglio e la cipolla entravano nelle cucine come ospiti illustri. Curiosa è la credenza che nella notte gli animali “parlassero”: un’eco medievale che sopravviveva come una nota di mistero, un invito a lasciarli tranquilli, ché si sa, quando i bovini chiacchierano è meglio non disturbarli.

All’alba dell’Epifania si benedicevano gli angoli della casa e si raccoglieva l’acqua alla fontana, mentre il capo boaria offriva una generosa pussignata ai lavoranti: polenta fumante, figadei, luganega e salame. Poi, a digiuno, un sorso d’acqua benedetta e uno spicchio di mela sigillavano la promessa di un anno sereno.

In ogni gesto, in ogni rima, in ogni favilla che sale verso il cielo, si intuisce quanto questa festa fosse molto più che un semplice rito stagionale. Era un modo per tessere legami, celebrare l’ordine fragile del mondo rurale e affrontare il nuovo anno con un misto di coraggio, ironia e speranza. Un fuoco acceso non solo nella notte gelida, ma nella memoria collettiva di un territorio che, pur cambiando volto, conserva ancora il sapore delle sue antiche scintille.

 


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