All’inizio del Novecento Pordenone era una città che cresceva in fretta, forse troppo per le infrastrutture che si ritrovava. Le condizioni igieniche di gran parte degli edifici del centro storico erano precarie: le abitazioni non rispondevano alle più elementari norme dell’ingegneria sanitaria e il sistema fognario era largamente insufficiente.

Per decenni la città aveva potuto contare sull’abbondanza di acqua sorgiva che la circondava, ma l’aumento della popolazione – triplicata nel giro di pochi decenni – e la nascita di nuove industrie cominciavano a rendere evidente il problema dell’inquinamento e della salute pubblica. Non a caso, proprio in questi anni compaiono piccoli focolai di malattie legate alla scarsa igiene.

In questo contesto maturò la decisione di dotare la città di un servizio moderno e pubblico: i Bagni Pubblici di Pordenone, edificati nel 1907, quando la popolazione cittadina contava circa 22.000 abitanti. Il progetto fu promosso dal Comune, affiancato da capitali privati, secondo una formula mista che consentiva di contenere i costi senza rinunciare a un intervento dignitoso e riconoscibile. L’area scelta non fu casuale: un lotto libero lungo la strada nuova per Udine, oggi viale Martelli, allora in aperta periferia e di fronte al macello comunale.

Si trattava di terreni a sud della città, di natura paludosa, poco adatti all’agricoltura e quindi più economici rispetto a quelli a nord, ma ricchi d’acqua, requisito fondamentale per una struttura di questo tipo. In precedenza l’area era appartenuta a un privato, Raffaello Rigutti, che ne divenne proprietario nel 1901; pochi anni dopo sarebbe passata al Comune proprio per la realizzazione dei bagni.

L’edificio venne concepito come un servizio pubblico, ma anche come un elemento capace di dialogare con il paesaggio urbano. Costruito in economia, evitava il decorativismo superfluo, puntando però su un linguaggio architettonico aggiornato e moderno. Inserito arretrato rispetto al filo stradale, quasi fosse una villa, occupava uno stretto lotto trapezoidale e si sviluppava come un padiglione su due piani, con due ali appoggiate ai confini laterali.

Poiché aveva una funzione pubblica, l’impianto era rigorosamente simmetrico: una grande hall d’ingresso al piano terra distribuiva i percorsi verso l’ala maschile e quella femminile, collegate da una piccola sala esagonale che fungeva da cerniera spaziale. Al primo piano trovavano posto gli uffici, riconoscibili all’esterno dalla torretta, un richiamo esplicito ad alcuni esempi di ville extraurbane coeve.

Anche il trattamento delle facciate rispondeva a esigenze funzionali oltre che formali. Il prospetto sud era quasi completamente forato: nella zona della hall le finestre tripartite erano ampie e luminose, mentre negli ambienti dei bagni le aperture erano collocate sotto lo sporto di gronda, garantendo luce e aerazione senza compromettere la privacy.

Con il passare degli anni e l’aumento della popolazione, i bagni pubblici divennero sempre più utilizzati. Tra gli anni Trenta e il secondo dopoguerra Pordenone visse una fase di forte sviluppo economico, legata alla nascita di nuove industrie e alla progressiva urbanizzazione. Nel 1934 e poi nel 1949 l’edificio fu ampliato per rispondere a una domanda crescente.

Il periodo tra il 1949 e il 1952 vide in particolare un intervento sul fronte strada, con l’aggiunta di nuovi spazi per le docce, della casa del custode e persino della bottega di un barbiere.

Nel 1955 la città era in pieno fermento: la strada regia era quasi completata, nascevano quartieri operai e l’assetto sociale era segnato dalla presenza di numerosi lavoratori e di un contingente militare significativo. Nelle abitazioni comuni, però, i comfort restavano limitati, e i bagni pubblici continuavano a svolgere una funzione essenziale, tanto da rendere necessario l’ampliamento della zona destinata agli uomini.

Il declino arrivò tra gli anni Sessanta e Settanta, quando i cambiamenti negli stili di vita e i nuovi standard abitativi resero progressivamente superflua la funzione dei bagni pubblici. In quegli stessi anni l’edificio venne circondato da costruzioni di scarso interesse architettonico, che finirono per sovrastarlo e soffocarlo visivamente. La chiusura definitiva risale ai primi anni Settanta, segnando l’inizio di una lunga stagione di abbandono.

Nel 1993, attraverso un bando pubblico, l’immobile venne ceduto a una società immobiliare, la Gens s.r.l., nella speranza di una riqualificazione e di una nuova destinazione d’uso. Speranza che, a oggi, è rimasta in larga parte disattesa. Nel 1997 si resero necessari interventi di restauro e consolidamento per mettere in sicurezza la struttura, in seguito al crollo della copertura dell’ala sinistra. Da allora, nonostante periodici annunci e progetti mai decollati, l’edificio è rimasto inutilizzato.

Ancora recentemente sembrava che una svolta fosse possibile. L’amministrazione comunale ha più volte espresso l’intenzione di favorire un dialogo per restituire vita a questo pezzo di storia cittadina, centralissimo eppure dimenticato. Il nodo resta quello, classico, degli edifici di pregio: il loro valore architettonico impedisce operazioni speculative aggressive, ma allo stesso tempo impone vincoli e richiede idee solide, capaci di coniugare tutela, innovazione e sostenibilità economica.

Gli ex Bagni Pubblici di viale Martelli restano così un testimone silenzioso di una stagione in cui l’igiene era una questione collettiva e l’architettura uno strumento di progresso sociale. Un edificio nato per rispondere a un bisogno concreto, oggi in attesa di una nuova funzione che sappia dialogare con il presente senza cancellarne la memoria.


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