Passeggiando per il centro storico di Pordenone, è difficile oggi percepire l’imponenza e la funzione che un tempo avevano le sue mura. A differenza di altre città venete dove le fortificazioni medievali o rinascimentali sono ancora ben visibili, a Pordenone delle antiche mura resta ben poco. Eppure, nonostante la loro scomparsa fisica, le mura continuano a influenzare profondamente la morfologia urbana e la memoria collettiva della città.
Le mura di Pordenone non erano semplici strutture difensive: erano parte integrante del progetto urbano. In origine, non racchiudevano solo l’abitato, ma anche ampi spazi aperti che col tempo sono stati urbanizzati, arrivando persino a inglobare tratti delle stesse mura. Questo processo, comune a molte città murate, è ben documentato nei verbali del Consiglio comunale, dove si autorizzavano i cittadini ad utilizzare parti delle mura in cambio della loro manutenzione.
Questa dinamica testimonia il ruolo delle mura non solo come elemento fisico, ma anche come strumento regolatore dello sviluppo urbano. Le mura non separavano semplicemente l’interno dall’esterno: contribuivano a definire un’identità urbana coerente, un legame profondo tra la natura del luogo, il modo in cui si abitava e la forma complessiva della città.
Le tre Cinque Cerchie: una storia in tre atti
La storia muraria di Pordenone si sviluppa in tre principali fasi, ognuna delle quali riflette un diverso momento storico e un diverso concetto di città.
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La prima cinta risale all’epoca altomedievale. Le uniche testimonianze oggi disponibili provengono dagli archivi. Racchiudeva probabilmente il nucleo più antico, arroccato sull’altura marciana, dove si trovavano la chiesa e il cimitero. Come in molte realtà friulane e slovene, non proteggeva l’intero abitato, ma solo la parte più facilmente difendibile.
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La seconda cinta, costruita tra il XIII e il XIV secolo, riflette invece un’idea più ampia di città, legata alla lottizzazione gotica. Includeva una porzione di territorio estesa attorno all’attuale corso porticato, tra Porta Friulana (o “di sotto”) e Porta Trevigiana (o “di sopra”). Nasce in questo periodo la struttura urbana lineare che ancora oggi caratterizza Pordenone.
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La terza cinta, voluta dalla Repubblica di Venezia e deliberata nel 1548, fu la più ambiziosa. Senza modificare la struttura interna, allargava la città verso est, includendo il castello e il canale dei molini. Questa cinta cinquecentesca, delimitata dal fiume Noncello e dalle rogge, definì i confini di Pordenone fino all’epoca moderna.
Le mura fuori dalle mura
Anche al di fuori della città murata sorsero nel tempo recinzioni e cinte murarie, come quelle dei borghi di San Giovanni e Colonna, o dei conventi dei Cappuccini e dei Domenicani. Alcune ville urbane, come la villa Ottoboni, erano a loro volta murate. Tuttavia, queste strutture avevano un significato diverso: non erano espressione di un’identità collettiva, ma simboli di proprietà privata e protezione personale.
Nonostante siano oggi quasi del tutto scomparse, le mura cittadine continuano a vivere nel disegno urbano di Pordenone. Le quattro porte principali, i numerosi portelli che conducevano ai conventi, ai molini e alle fratte lungo le rogge, e le diciotto torri e torreselle documentate nei secoli, raccontano ancora una città che si riconosceva nei suoi confini.
Le mura di Pordenone sono un esempio emblematico di come la forma della città non si esaurisca nella sua materialità. Anche quando le pietre scompaiono, restano le tracce, i confini, i percorsi e la memoria. E raccontano, a chi sa guardare, la storia di una comunità e del suo rapporto con lo spazio. Una lezione preziosa per chi oggi si occupa di città, memoria e trasformazione urbana.

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