Vi siete mai chiesti se anche a Pordenone ci sia stata una comunità ebraica? Per quanto piccola, come la sua città, la presenza ebraica a Pordenone ha avuto un ruolo tutt’altro che marginale. Anche se poco ricordata, la sua storia racconta di uomini e donne che non furono solo prestatori di denaro, ma veri protagonisti della vita economica del borgo medievale. Spesso residenti, stabilmente integrati ma spesso visti con sospetto, gli ebrei furono una presenza attiva e silenziosa nei momenti cruciali dello sviluppo urbano e finanziario della città.

La presenza ebraica a Pordenone è attestata già nel 1399 dall’attività di un banco ebraico di prestito su pegno. Una presenza che, tra alti e bassi, sembra essere continuata fino al 1654, anno in cui fu fondato il Monte di Pietà.

Nel Medioevo, prestare denaro era un’attività complessa: la Chiesa condannava l’usura sulla base di un’interpretazione evangelica che esaltava l’altruismo e la povertà. Tuttavia, lasciava intendere che un interesse “moderato” potesse essere tollerato. La popolazione aveva comunque bisogno di credito. A Pordenone, come in molte città italiane, inizialmente erano banchieri toscani e lombardi a svolgere questa funzione. Col tempo, però, furono sempre più spesso gli ebrei – esclusi da molte altre professioni – a occuparsi del “piccolo credito”, ovvero prestiti su pegno per artigiani, commercianti e famiglie in difficoltà.

Questi prestiti erano regolati da contratti precisi, detti “condotte”, che stabilivano limiti di interesse (dal 12% al 30%, ma in alcuni casi anche meno) e condizioni operative. In cambio, gli ebrei ottenevano il permesso di risiedere in città e di svolgere la loro attività.

Nel corso del Trecento, Pordenone fu teatro di profondi sconvolgimenti. La città, sotto il dominio asburgico dal 1314, fu più volte data in pegno per far fronte ai debiti degli Asburgo a diverse famiglie nobili locali che l’amministravano come loro feudatari.

Allo stesso tempo, la Città subì carestie, guerre, alluvioni e terremoti. Un incendio devastante nel 1318 distrusse quasi tutta la città, ancora costruita in legno. Questo evento diede impulso alla ricostruzione in muratura, con nuovi edifici pubblici e religiosi, come la Loggia municipale e il campanile di San Marco (1347).

La comunità, pur provata, mostrò una straordinaria capacità di ripresa. L’edilizia privata e pubblica, le attività mercantili e artigiane, alimentarono un’economia in crescita che necessitava di risorse finanziarie.

Ed è qui che si inserisce il ruolo degli ebrei.

Il 20 luglio 1399 il capitano austriaco del castello, il podestà e il consiglio cittadino accolsero la richiesta di Samuele, figlio di Salomone, “giudeo”, autorizzandolo ufficialmente ad esercitare il prestito su pegno in città. Il suo arrivo avvenne in un periodo di relativa stabilità per Pordenone. La città godeva di privilegi concessi dai duchi d’Austria, e i rapporti con gli ebrei sembravano sereni. Ma era anche il riflesso di un’epoca turbolenta: molti ebrei tedeschi si rifugiarono in Italia per sfuggire a massacri, pogrom e accuse infondate legate alla peste nera. Anche Samuele, probabilmente di origine tedesca, portava con sé una storia di fuga e adattamento, come tanti altri prestatori ebrei presenti in quegli anni in Friuli e Veneto.

Il prestito a interesse, o “usura”, per quanto visto con sospetto, rappresentava un bisogno concreto per l’economia urbana. Con Samuele, il credito ebraico a Pordenone divenne un’attività legittimata dalla “condotta”. Egli doveva prestare denaro agli abitanti del distretto a un tasso stabilito (5 piccoli per il primo mese, 6 nei successivi), ricevendo in garanzia beni mobili. Non poteva vendere i pegni prima di un anno, a meno che il debitore non avesse rinunciato al pagamento o lo avesse insultato. Il contratto prevedeva anche clausole di recesso, sia per il prestatore che per il Comune, con tempi e modalità precise.

L’accordo garantiva a Samuele e alla sua famiglia numerose tutele: esenzione da servizi obbligatori, diritto di acquistare carne macellata secondo il rito ebraico, spazio per il cimitero, protezione legale da molestie e ingiurie. Gli ebrei dovevano essere trattati “come cittadini”, anche nei confronti della giustizia. Samuele poteva spostarsi per motivi religiosi per una durata massima di quindici giorni e, se assente, lasciare un sostituto a gestire il banco e i pegni. Poteva commerciare anche fuori città, ma nel rispetto delle regole pattuite.

Nonostante la crescente ostilità verso gli ebrei – fomentata da predicatori francescani già dal Trecento – a Pordenone, come in molte città del tempo, si continuò a fare ricorso ai loro servizi finanziari. Dopo Samuele, nel 1452, ad esempio, l’ebreo Viviano ottenne il permesso di operare a Pordenone nonostante le sanzioni ecclesiastiche, grazie a un’assoluzione papale. Il suo contratto prevedeva regole dettagliate: tassi d’interesse, modalità di prestito, esclusioni (come il pegno di armi o oggetti sacri), e addirittura l’obbligo di tenere gatte per proteggere le derrate dai topi!

Come in altre parti d’Italia e d’Europa, gli ebrei dovevano rispettare diverse restrizioni: indossare un segno distintivo (poi sostituito con un berretto giallo), evitare la mescolanza con i cristiani (ad esempio nei bagni pubblici), e sottostare a periodi di reclusione in occasione delle festività cristiane, per prevenire accuse di profanazioni rituali.

Ciononostante, i prestatori come Grassin, Mandolino, Benedetto, Moisè e infine Orso de la Mano, operarono per decenni, contribuendo al finanziamento di opere pubbliche e al sostegno delle casse cittadine in crisi. In cambio, spesso dovevano donare denaro o beni simbolici (come oche o pernici) ai rappresentanti locali.

A partire dalla fine del Cinquecento, anche a Pordenone si affermarono i Monti di Pietà, istituzioni di prestito a basso interesse volute dai francescani, che andarono lentamente a sostituire i banchi ebraici. Nel 1609, dopo la morte di Orso de la Mano e la fuga del figlio Mosè a causa di un disastro finanziario, terminò la presenza stabile di banchi ebraici a Pordenone.


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