Pordenone, “Manchester del Friuli“. Così la città era nota tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento per la sua produzione cotoniera. Lo sviluppo tecnologico e la più efficiente capacità di imbrigliare il potere dell’acqua fecero in modo che la città e il circondario si dessero un’identità industriale ben definita in un tempo sorprendentemente breve.
Tuttavia, la produzione di tessuti non era una novità. Anzi, faceva già parte dell’identità cittadina. All’alba dell’età moderna produrre panni era una realtà consolidata e persino regolamentata. E non era il cotone ad essere centrale.
Nel Cinquecento, mentre l’Italia si accapigliava tra guerre e ambizioni dinastiche, Pordenone esprimeva un rinnovato benessere attraverso le industrie del ferro, del rame battuto e, soprattutto, della lana.
Già nel 1430 i telai di Gasparino lanaiuolo da Olmate di Como e di Francesco Diotaiuti di Ghirano godevano di speciale rinomanza. Alcuni autori hanno sostenuto che l’arte della lana fosse poi decaduta a causa della peste. La terribile epidemia del 1487 aveva ridotto la popolazione a quaranta famiglie superstiti, e quella del 1528 mieté quasi seicento vittime. A queste si aggiunsero scorrerie turche e guerre che decimarono i greggi.
Durante la Signoria dei D’Alviano, l’attività compie però un salto di qualità passando da produzione domestica a vera impresa organizzata in una struttura regolata, controllata, protetta. In altre parole: un’industria.
Nel 1522, durante la tutela del figlio Livio e la reggenza della Signoria, Pantasilea Baglioni, moglie di Bartolomeo, approvò uno statuto di ben sessantotto articoli per i fabbricanti di panni, riuniti in confraternita sotto la protezione di San Biagio. Pantasilea intuì che, cessate le guerre più devastanti, per rivitalizzare l’economia occorresse rilanciare e proteggere un settore promettente.
La formula introduttiva dello statuto lo dichiarava senza ambiguità: la confraternita veniva istituita “per rimuovere le frodi e mantenere il buon ordine della lana”, ossia per proteggere insieme mercanti e lavoratori dalla concorrenza sleale, creando regole condivise che migliorassero la lavorazione e il funzionamento del mercato, così da assicurare ai panni una qualità costante e riconoscibile. Se il panno è buono, il mercato lo seguirà.
Vi era poi il valore “sindacale”: nel territorio friulano, durante il governo patriarcale, le corporazioni di mestiere in senso pieno non godevano di particolare favore. Si tolleravano confraternite a carattere religioso, ma prive di un’esplicita funzione di tutela professionale o di regolazione economica. A Pordenone, invece, l’approvazione formale dello statuto segnava un riconoscimento istituzionale dell’attività imprenditoriale e della necessità di disciplinarla.
Tutti i lanaioli erano obbligati a iscriversi alla confraternita, che fungeva anche da scuola. All’ingresso si pagava una quota destinata all’espansione dell’arte. Ogni anno, il 3 febbraio, giorno di San Biagio, i membri si riunivano per eleggere un priore e due consiglieri. Le cariche duravano un anno e non erano rinnovabili per evitare la formazione di oligarchie interne. Gli eletti giuravano “ad Sancta Dei Evangelia” di operare senza frode allo scopo di sacralizzare la qualità del prodotto.
Tre esperti controllavano ogni anno la corretta cernita delle lane per qualità: “zentil” (cioè gentile, panno di qualità più alta) “mezan” (mezzano, qualità intermedia) e “grosso” (lana più ruvida, con fibra più spessa e meno uniforme). I mercanti potevano mescolarle ma dovevano dichiararlo; e comunque certi panni così realizzati, se non dichiarati come tali, non potevano essere venduti in città. Qualora le regole venissero violate, veniva pagata una multa il cui ammontare era distribuito per un terzo all’accusatore, per un terzo alla scuola e per un terzo al fisco.
Lo statuto entra nei dettagli tecnici con una precisione sorprendente. In esso vengono regolate tutte le fasi di produzione: la preparazione della lana (lavatura, pettinatura, oliatura); la filatura (divieto di filare con l’arcolaio lana di stami); la tessitura con dimensioni precise per tipologia e qualità di lana; la tintura (vietato l’uso di vetriolo e solfato di rame su una determinata qualità), la follatura e la cimatura.
Ogni tessitore doveva imprimere il proprio marchio sul panno. Dopo il controllo, veniva apposto un sigillo: Z per i “zentili”, M per i “mezzani”, Q per i “quarantini” (ovvero un panno che doveva misurare 40 portadi, l’unità di misura utilizzata all’epoca). Se il marchio mancava, il panno andava venduto sotto prezzo.
I lavoranti erano pagati metà in natura e metà in denaro. Nessuno poteva cambiare bottega senza aver prima saldato i propri impegni. Non si poteva passare da una categoria all’altra senza esame e approvazione.
I panni prodotti a Pordenone nel Cinquecento erano realizzati con una tecnica simile a quella dei tessuti di lana che oggi chiamiamo “cardati”, cioè stoffe spesse e calde. Prima si tesseva una tela piuttosto leggera e non molto compatta. Poi il tessuto veniva messo in una grande vasca e battuto a lungo con pesanti mazze di legno, dentro una miscela di acqua, argilla, sapone e anche urina fermentata. Questo procedimento serviva a infittire e rendere più resistente la stoffa, trasformando la tela iniziale in un vero panno compatto e robusto.
La follatura ispessiva e accorciava il tessuto; seguivano garzatura e cimatura, che rendevano la superficie uniforme e morbida. Solo alla fine il panno diventava davvero “panno”. Tolta l’ultima fase di vaporizzazione moderna, il procedimento è sorprendentemente simile a quello attuale. Altezza del tessuto? Allora tra 50 centimetri e un metro; oggi fino a tre metri e mezzo.
Questo sistema regolamentato di produzione ebbe successo, tanto che verso la metà del Cinquecento la produzione, per quanto affaticata dalla peste del 1528, si spostò anche fuori le mura.
Ne risulta che l’arte della lana di Pordenone figurasse come un sistema produttivo complesso e consapevole della propria reputazione. Un laboratorio di capitalismo artigiano, potremmo dire, dove fede, tecnica e interesse economico si intrecciavano.
In un’epoca che associamo spesso a corti e battaglie, qui vediamo un’altra forma di potere: quella delle regole condivise. E in questo c’è qualcosa di profondamente moderno.
Per approfondire:
- Andrea Benedetti, Storia di Pordenone, Il Noncello, Pordenone, 1964.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.