Con la caduta di Costantinopoli del 1453 all’Impero ottomano si aprivano le terre del continente europeo. Da quell’anno i Turchi, non avendo più un ostacolo come la capitale dell’Impero Bizantino, poterono focalizzarsi sulle terre balcaniche. Nonostante nel 1481, con la morte di Maometto II, le espansioni territoriali si fermarono, ciò non si poté dire riguardo alle razzie nei deboli stati dell’Europa orientale e tra questi figuravano pure le terre di confine della Serenissima.
Dalla notte del 29 settembre 1499 i territori circostanti a Pordenone furono vittime della più grande razzia mai avvenuta per mano degli Ottomani nelle nostre terre. Il Friuli, ormai sotto il controllo di Venezia da circa ottant’anni, aveva già subito in precedenza incursioni e sortite nei confini orientali ma mai prima d’allora si erano spinte oltre il Tagliamento, riuscendo addirittura a lambire i territori del trevigiano.
I razziatori, un agglomerato composto prevalentemente da predoni balcanici, cristiani rinnegati, zingari e altri irregolari, probabilmente non superavano le duemila unità quando raggiunsero la rive al di là del Tagliamento. A guidarle era un veterano delle scorrerie precedenti, Iskender Beg, la cui origine rimane fumosa ancora oggi. A difendere i vari centri urbani che costellano la pianura e la pedemontana non ci fu nessun contingente regolare veneziano, se non pochi mercenari ininfluenti, ma al contrario, solo qualche manipolo inesperto e demotivato di contadini che quasi sempre opposero una flebile resistenza.
Nei giorni precedenti all’arrivo dei predoni, quando i Turchi imperversavano nel resto della regione, le autorità locali, come il conte Jacopo da Porcia o il gastaldo di Aviano, Leonardo de Cestariis, per prevenire e mitigare i danni, chiesero alla popolazione di abbandonare le proprie abitazioni e i raccolti per riunirsi nelle località fortificate. La popolazione, non avendo mai subito incursioni nemiche fino ad allora e non comprendendo il pericolo, perlopiù declinò scetticamente il consiglio, diventando facile preda dei razziatori. Solo i centri fortificati di Zoppola, San Vito e Porcia non vennero attaccati, ogni altro lembo di terra della provincia fu percorso dai saccheggiatori.
Dopo i primi movimenti, Roveredo in Piano fu scelta come base e ritrovo per i Turchi che nei giorni successivi si frammentarono in una miriade di manipoli i quali distrussero e rubarono tutto ciò che trovarono. A Vigonovo, durante una celebrazione religiosa vennero uccise trecento persone. Polcenigo perse centinaia di abitanti e il suo contado venne dato alle fiamme. Il castello di Aviano, dopo un fulmineo assedio, venne preso e tutti i territori circostanti furono devastati arrivando a migliaia di vittime. Addirittura San Leonardo, con una popolazione complessiva di cinquecento anime, perse più di quattro quinti del totale. Bande minori raggiunsero anche Montereale Valcellina e Grizzo, dove, complessivamente, furono perse un centinaio anime.
Ogni paese o villaggio, mal difeso dai miliziani o completamente sguarnito, venne dissanguato e nessuno riuscì ad opporsi. L’unica azione degna di nota fu eseguita dal comandante dei balestrieri di Spilimbergo, Franco dal Borgo, che con i suoi attaccò nella notte un accampamento di Turchi, uccidendone la maggior parte. Ma una singola azione di coraggio non poteva nascondere l’inadeguatezza del sistema difensivo creato dai veneziani che, rintanati nella roccaforte di Gradisca o titubanti ai confini del Livenza, non erano riusciti ad opporre una resistenza significativa che causò pure delle perdite ingenti a Pordenone, all’epoca al di fuori della sfera veneziana.
A Pordenone parte dei cittadini, soprattutto quelli di origine tedesca, vista la loro condizione di sudditi imperiali e considerando i buoni rapporti tra le due potenze, andarono incontro ai Turchi pensando erroneamente di essere risparmiati. In poco tempo la maggior parte di loro fu fatta passare per le armi e i rimanenti furono catturati per poi essere portati a Roveredo. Nonostante non esista una cifra precisa dei prigionieri, parte di questi vennero affrancati grazie ad una delegazione di pordenonesi che pagò mille fiorini per la loro liberazione.
Destino ben più cupo però attese il centro di Cordenons. Mentre qualche centinaio di razziatori si stava introducendo nell’abitato, un buon numero di contadini gli andò incontro festosa credendo che i musulmani avessero intenti pacifici. Ad oggi i motivi di questo incauto benvenuto non sono ancora stati chiariti, al contrario sono state documentate le loro conseguenze. Quel giorno le vie di Cordenons divennero un mattatoio: più di milleduecento persone vennero massacrate o catturate e, dopo aver razziato la chiesa e tutte le abitazioni, i Turchi abbandonarono Cordenons nel sangue e tra le urla di dolore dei superstiti.
Solo il 3 ottobre, dopo 4 giorni di razzie e saccheggi, i vari manipoli tornarono a Roveredo. Lì, Iskender Beg, prima della partenza, ordinò la distruzione del villaggio, che in poche ore fu raso al suolo, e per anni le sue macerie furono evitate dai locali per l’odore acre che emanavano e le storie che vi nascevano al riguardo. Ma questo non fu l’ultimo atto di devastazione dei razziatori. Durante il viaggio di ritorno, trovandosi di fronte ad un contingente di circa ottocento miliziani vicino a Valvasone, dopo che misero in fuga cinquecento di quei soldati inesperti alle armi, ne uccisero più di due centinaia e, mentre i pochi superstiti, forse dodici o quattordici uomini, si ritiravano nel castello di Valvasone, i Turchi portarono le teste mozzate di quegli sventurati al loro capitano.
Superato ormai ogni centro abitato, la carovana si trovò davanti al vero unico ostacolo di quella spedizione: il Tagliamento. Contrariamente al solito, in quei giorni le sue acque erano tumultuose e il letto del fiume era sconquassato da flutti e marosi, dunque impraticabile con tutto quel bottino di preziosi e di prigionieri. Allo stesso tempo Iskender Beg non aveva più giorni a disposizione per aspettare un mutamento della corrente poiché, anche se lentamente, le truppe veneziane erano in movimento e in quello stesso momento si stavano riunendo a Sacile. Lì, tra le bianche pietre del Tagliamento avvenne un ultimo sanguinoso massacro che macchiò il candore del greto.
Per attraversare il fiume vennero sacrificate tra le mille e le millecinquecento persone, risparmiando i bambini, che avrebbero ingrossato le fila dei giannizzeri, le donne più avvenenti e i prigionieri d’alto rango. Attraversando a ritroso le acque del Tagliamento, cariche di sangue e fango, i razziatori uscirono dalle terre della nostra provincia lasciando ben poco di incolume. Tutte le devastazioni, che vennero solo in minima parte ripagate dalla Serenissima, lasciarono cicatrici evidenti nella cultura friulana che, addirittura nel XX secolo, portarono Pier Paolo Pasolini a scrivere un’ opera teatrale I Turcs tal Friul.
Per approfondire:
- Roberto Gargiulo, Mamma li Turchi. Il leone e la mezzaluna, Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 2006.
Nato a Milano il 10 novembre 2008. Frequento il liceo Leopardi – Majorana. Desidero dare voce alle tradizioni dei luoghi che mi hanno accolto, dando attenzione a tutto ciò che ci ha preceduto.