Rinchiusi in bolle social, prede di un algoritmo che ci mostra quasi solamente contenuti affini al nostro modo di pensare, e in bolle sociali, incapaci, o più che altro senza la reale volontà di uscire dalla nostra zona di comfort e ascoltare chi è diverso e ci circonda.

Mario Calabresi individua nella mancanza di ascolto uno dei principali mali del nostro tempo: abbiamo smesso di notare le persone attorno a noi, chiudendoci nella nostra cerchia di conoscenze, convinti che fosse la scelta migliore per condurre un’esistenza tranquilla e sicura.

Facciamo sempre più fatica a essere empatici, a metterci nei panni degli altri e a capire i problemi che non ci colpiscono in prima persona. Le opinioni e le difficoltà altrui non vengono nemmeno considerate, la comprensione dell’altro va via disperdendosi, generando solitudine, indifferenza e incapacità comunicativa.

Questo sentimento esclusivo si diffonde in ogni aspetto della nostra società: in politica, dove le posizioni diventano sempre più polarizzate e polarizzanti, rifiutando la logica del compromesso; nell’informazione, dove ogni parola viene strumentalizzata per cavalcare l’indignazione e aumentare ascolti e visualizzazioni, senza rispetto per le vittime e i protagonisti dei fatti di cronaca.

Il rischio è quello di assistere a un vero e proprio sgretolamento del tessuto sociale, alla perdita della rete di rapporti umani nella quale siamo cresciuti, senza nemmeno rendercene conto. Tutto ciò per aver messo da parte la capacità e la volontà d’ascoltare, di mescolarsi con chi è diverso da noi: evitiamo il confronto per non dover sentire le opinioni degli altri, ma di comprenderne i bisogni e le ragioni.

Nella sua ultima opera Le voci degli altri, Calabresi racconta storie di vita vissuta: parte da ricordi della sua infanzia, delle sue conoscenze nella Milano degli anni Settanta in poi, per passare a persone e grandi personaggi che ha potuto conoscere e intervistare nella sua carriera da giornalista.

Nell’ascoltare e raccontare queste storie spiega di aver capito che, dopotutto, raccontare storie significa raccontare qualcosa di sé. La narrazione diventa uno strumento per creare un rapporto tra persone che altrimenti rischierebbero di rimanere estranee. Per questo raccontare le vite degli altri non è soltanto un esercizio giornalistico o letterario: è un modo per costruire conoscenza, coscienza e comprensione.

Dal libro è bene citare tre delle vicende raccontate.

L’evoluzione del suo quartiere, un tempo con un’unica scuola sovraffollata e piena di ragazzi delle più disparate provenienze sociali e geografiche, oggi con pochi bambini quasi totalmente stranieri e con altre due scuole private (una egiziana e una francese) a limitare i contatti tra situazioni diverse già dall’infanzia.

Una lezione di un seminario tenuto da Calabresi e Renzo Piano, con il presidente Sergio Mattarella ospite insperato e capace di spiegare agli studenti, con l’esempio, l’importanza sottovalutata del silenzio e dell’ascolto.

Un incontro a lungo inseguito con il cardinale Pizzaballa a Gerusalemme, in un contesto di rabbia e violenza secolare dove si deve dare importanza a ogni piccola buona azione, e far sì che possa diventare un germoglio di speranza e di un futuro migliore.

L’ascolto diventa quindi uno strumento per spezzare le contrapposizioni e le radici dell’odio e del disprezzo, per non condannare nessuno a sentirsi inascoltato e invisibile agli occhi degli altri, per liberarsi dalla solitudine e riconoscersi nelle storie e nelle vite degli altri e non sottrarsi alla reciprocità e alla familiarità proprie del confronto.

Calabresi conclude l’incontro con un messaggio tanto semplice, quanto forte: spesso, prima di costruire muri, basterebbe imparare a porgere l’orecchio e ascoltare.