A lungo considerato un capitolo chiuso della storia energetica italiana, il nucleare è tornato al centro del dibattito. Non soltanto per le questioni ambientali, ma soprattutto per il rapporto tra energia, competitività industriale, sicurezza degli approvvigionamenti e futuro tecnologico del Paese. È questo il punto di partenza di Orizzonte nucleare. Economia, istituzioni e futuro dell’industria italiana, il libro di Massimo Beccarello presentato al festival in un incontro condotto dalla giornalista del Sole 24 Ore Nicoletta Bizio.

La discussione parte da una constatazione: l’energia non è più un tema confinato agli specialisti. Il prezzo del gas e dell’elettricità incide direttamente sulle famiglie e, soprattutto, sulla competitività delle imprese. Per un Paese come l’Italia, seconda manifattura d’Europa, la questione assume conseguentemente una dimensione economica e strategica. A questo si aggiunge l’obiettivo europeo della neutralità climatica entro il 2050, che impone di ridurre drasticamente le emissioni senza compromettere la capacità produttiva.

Secondo Beccarello, il problema non può essere risolto individuando una sola tecnologia. Il nucleare, nella prospettiva proposta dal libro, non dovrebbe sostituire le fonti rinnovabili, ma affiancarle. Solare ed eolico sono fondamentali per la decarbonizzazione, ma hanno una produzione variabile: dipendono dal sole e dal vento. Un sistema industriale, invece, necessita di energia disponibile in modo continuativo, anche durante le ore in cui le fonti rinnovabili producono meno. Gli impianti nucleari potrebbero quindi contribuire alla stabilità della rete e, nella prospettiva indicata da Beccarello, sostituire progressivamente parte della generazione a gas utilizzata per garantire continuità.

Il ragionamento riguarda anche un aspetto meno conosciuto: il nucleare non serve necessariamente soltanto a produrre elettricità. Le nuove tecnologie potrebbero fornire calore per alcuni processi industriali o alimentare la produzione di idrogeno attraverso l’elettricità necessaria agli elettrolizzatori. Questo aprirebbe una prospettiva interessante per i distretti manifatturieri, nei quali la decarbonizzazione richiede di intervenire non soltanto sull’elettricità, ma anche sull’impiego del gas e sui processi termici.

Una parte importante del dibattito riguarda i Small Modular Reactors (SMR), i reattori modulari di piccola taglia. Il loro interesse deriva dalla possibilità di superare, almeno in parte, il modello delle grandi centrali costruite come singoli giganteschi impianti. La modularità potrebbe consentire di standardizzare la produzione e ottenere economie di scala attraverso la costruzione seriale dei reattori. Tuttavia, Beccarello invita a diffidare delle rappresentazioni troppo semplicistiche: un piccolo reattore non è un oggetto che si può semplicemente trasportare e installare. Restano necessari sistemi di sicurezza, infrastrutture, servizi ausiliari e precise condizioni territoriali e normative.

Proprio qui entra in gioco uno dei temi centrali del libro: la governance. La questione nucleare non è soltanto tecnologica, ma istituzionale. La sicurezza richiede autorità competenti, regole chiare e stabili e organismi capaci di operare con autonomia e credibilità. Lo stesso principio, secondo Beccarello, vale più in generale per la politica energetica: senza una strategia pubblica di lungo periodo, gli investimenti rischiano di produrre costi, inefficienze e dipendenze dall’estero. L’esperienza delle rinnovabili viene citata come esempio di una politica che ha sostenuto fortemente la domanda, ma senza riuscire a trasformare quegli incentivi in una filiera industriale nazionale altrettanto forte.

Circa il tema della filiera, l’Italia possiede competenze e imprese che operano già nel settore nucleare internazionale, nonostante da decenni non disponga di centrali attive. Beccarello cita, tra gli altri, il ruolo di Ansaldo e di aziende altamente specializzate nella componentistica. Piuttosto che necessariamente ricominciare da zero, si tratta di creare una domanda e una strategia industriale capaci di valorizzare competenze esistenti. Per questo, secondo l’economista, il nucleare non dovrebbe essere pensato come un progetto esclusivamente italiano, ma come una filiera europea, capace di sfruttare economie di scala e coordinare ricerca, produzione e investimenti.

Un simile progetto richiederebbe però anche nuove competenze. L’Italia forma ancora giovani ingegneri e specialisti nel settore, ma molti trovano opportunità professionali all’estero, soprattutto in Paesi dove il nucleare è rimasto un settore industriale strategico. La questione della formazione diventa dunque parte integrante della politica energetica: senza persone qualificate non esiste filiera tecnologica, e senza una filiera non esiste autonomia industriale. Lo stesso discorso riguarda l’intero ciclo del combustibile, la ricerca sui materiali, il trattamento dei rifiuti e le tecnologie di nuova generazione.

I rifiuti nucleari costituiscono uno dei nodi più delicati. L’Italia deve già gestire materiali derivanti dalle precedenti attività nucleari e deve trovare una soluzione definitiva per il loro deposito. Per Beccarello, questa difficoltà potrebbe essere affrontata sì in termini di stoccaggio, ma anche trasformando i siti interessati in luoghi di ricerca e innovazione sulle tecnologie nucleari. Il tema rimane comunque legato alla sicurezza e alla necessità di coinvolgere i territori attraverso procedure trasparenti, competenze tecniche e un’informazione comprensibile.

È proprio la qualità dell’informazione a emergere, nella parte conclusiva dell’incontro, come una delle condizioni fondamentali per qualsiasi discussione futura. Il nucleare è un tema tecnicamente complesso, sul quale per decenni il dibattito pubblico italiano è stato intermittente e spesso polarizzato. Non basta quindi chiedere ai cittadini di esprimersi: occorre prima garantire loro gli strumenti per comprendere le alternative, i costi, i rischi e le opportunità. La sicurezza non può essere né banalizzata né utilizzata come argomento assoluto, al contrario deve essere discussa sulla base delle tecnologie disponibili, delle regole e delle competenze che ne garantiscono l’applicazione.

La questione, in definitiva, riguarda il ritorno o meno del nucleare e il modo in cui l’Italia intende costruire il proprio sistema energetico nei prossimi decenni. La transizione richiederà infatti investimenti di lungo periodo, infrastrutture, ricerca, competenze e decisioni pubbliche che difficilmente possono essere valutate con l’orizzonte ristretto di pochi anni. Nella prospettiva proposta da Beccarello, il vero interrogativo riguarda il capire quale combinazione di tecnologie, istituzioni e politiche industriali possa consentire di decarbonizzare l’economia mantenendo competitiva la manifattura italiana.

Un problema che, prima ancora di essere una scelta energetica, è una scelta sul futuro industriale del Paese.