Chi è oggi il “leone” dell’ordine internazionale? E cosa accade quando il leone smette di proteggere la foresta? È da questa metafora che prende avvio la riflessione di Vittorio Emanuele Parsi, autore di Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale, presentato ieri sera a Pordenonelegge e pubblicato da Bompiani.

Per quasi ottant’anni, secondo Parsi, l’ordine internazionale ha avuto un punto di riferimento fondamentale negli Stati Uniti. Dopo la Seconda guerra mondiale Washington non si limitò a esercitare una posizione di potenza e contribuì alla costruzione di un sistema fondato su istituzioni internazionali, apertura dei mercati, alleanze e diffusione della democrazia. Un progetto le cui radici, peraltro, risalgono alla Prima guerra mondiale e alla presidenza di Woodrow Wilson.

È questa la caratteristica che distingue il cosiddetto “secolo americano” da una semplice egemonia imperiale: la potenza statunitense avrebbe cercato di costruire un ordine nel quale la forza fosse accompagnata da regole e istituzioni e in cui il mercato e il diritto, in questa prospettiva, diventano strumenti capaci di limitare la pura logica della potenza.

Oggi, sostiene Parsi, quello schema è entrato in crisi. La Russia di Vladimir Putin rappresenta da tempo una sfida esplicita all’ordine liberale e alle democrazie occidentali. La Cina, invece, costituisce un caso più complesso: possiede una forza economica e politica crescente, ma il suo modello interno rende difficile immaginarla come garante di un sistema fondato su libertà politiche, istituzioni liberali e mercato aperto.

La novità più significativa riguarda però gli stessi Stati Uniti. Con Donald Trump, secondo Parsi, Washington ha progressivamente abbandonato il ruolo tradizionale di garante e “leone” dell’ordine internazionale, adottando una politica maggiormente fondata sulla forza e sulla convenienza immediata. Il risultato, nella sua lettura, non sarebbe soltanto un’America diversa, ma un’America più isolata e meno capace di costruire alleanze.

E l’Europa? Per decenni gli europei hanno beneficiato della protezione americana senza essere costretti a sviluppare pienamente una propria capacità strategica. L’Unione Europea rappresenta, per Parsi, una delle più grandi innovazioni politiche del secondo dopoguerra: Stati che per secoli si erano combattuti hanno scelto di condividere progressivamente sovranità e istituzioni. Questo successo ha tuttavia prodotto anche una dipendenza dalla sicurezza garantita dagli Stati Uniti.

Se il “leone” americano arretra e i “lupi” tornano a contendersi lo spazio internazionale, gli europei non possono più comportarsi come semplici “agnelli”. La risposta indicata da Parsi è quindi la costruzione di una capacità europea autonoma, anche nel campo della sicurezza e della difesa, senza rinunciare alla pace e creando le condizioni per poterla difendere.

Il punto, tuttavia, non è soltanto militare. Per Parsi la vera partita riguarda la sopravvivenza delle democrazie e della cultura politica che le sostiene. Le istituzioni, infatti, non possono funzionare senza una società che condivida alcuni principi fondamentali: libertà, rispetto dell’avversario, responsabilità e appartenenza a una comunità politica comune.

Anche la politica internazionale, quindi, è diventata politica interna. La guerra in Ucraina, il conflitto israelo-palestinese e il rapporto con gli Stati Uniti non sono questioni lontane: obbligano le democrazie europee a decidere che cosa vogliono essere e quali valori intendono difendere.

Su questo terreno Parsi affronta anche la guerra di Gaza, esprimendo una dura critica nei confronti della condotta del governo israeliano. La sua posizione nasce, spiega, dalla stessa logica con cui sostiene l’Ucraina: se il principio è il rispetto del diritto internazionale e della popolazione civile, esso deve valere indipendentemente dall’attore coinvolto. La coerenza, dunque, diventa una componente essenziale della politica democratica.

Alla fine della discussione, il tema torna alla domanda iniziale: che cosa possiamo fare quando l’ordine nel quale siamo cresciuti non è più garantito come prima? La risposta di Parsi, ben lungi dall’essere una previsione sul futuro, riguarda un richiamo alla responsabilità. Le generazioni attuali, sostiene, sono chiamate a decidere quale mondo consegneranno a quelle successive. La libertà non è un bene acquisito una volta per tutte: richiede istituzioni, risorse, cultura politica e, soprattutto, la volontà di difenderla.

Il messaggio conclusivo di Parsi è quindi rivolto soprattutto ai cittadini: conoscere, discutere, mettere in discussione le proprie convinzioni e costruire una posizione autonoma. Perché in un mondo nel quale le vecchie certezze stanno venendo meno, la democrazia non può essere soltanto ciò che ereditiamo. Deve diventare, ancora una volta, ciò che scegliamo di difendere.